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🌹Inferno Canto XXIV | Silvana Torto legge La Divina Commedia

In quella parte del giovanetto anno che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra e giĂ  le notti al mezzo dì sen vanno, quando la brina in su la terra assempra l’imagine di sua sorella bianca, ma poco dura a la sua penna tempra, lo villanello a cui la roba manca, si leva, e guarda, e vede la campagna biancheggiar tutta; ond’ei si batte l’anca, ritorna in casa, e qua e lĂ  si lagna, come ’l tapin che non sa che si faccia; poi riede, e la speranza ringavagna, veggendo ’l mondo aver cangiata faccia in poco d’ora, e prende suo vincastro, e fuor le pecorelle a pascer caccia. Così mi fece sbigottir lo mastro quand’io li vidi sì turbar la fronte, e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro; chĂ©, come noi venimmo al guasto ponte, lo duca a me si volse con quel piglio dolce ch’io vidi prima a piè del monte. Le braccia aperse, dopo alcun consiglio eletto seco riguardando prima ben la ruina, e diedemi di piglio. E come quei ch’adopera ed estima, che sempre par che ’nnanzi si proveggia, così, levando me sĂą ver la cima d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa; ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia». Non era via da vestito di cappa, chĂ© noi a pena, ei lieve e io sospinto, potavam sĂą montar di chiappa in chiappa. E se non fosse che da quel precinto piĂą che da l’altro era la costa corta, non so di lui, ma io sarei ben vinto. Ma perchĂ© Malebolge inver’ la porta del bassissimo pozzo tutta pende, lo sito di ciascuna valle porta che l’una costa surge e l’altra scende; noi pur venimmo al fine in su la punta onde l’ultima pietra si scoscende. La lena m’era del polmon sì munta quand’io fui sĂą, ch’i’ non potea piĂą oltre, anzi m’assisi ne la prima giunta. «Omai convien che tu così ti spoltre», disse ’l maestro; «chĂ©, seggendo in piuma, in fama non si vien, nĂ© sotto coltre; sanza la qual chi sua vita consuma, cotal vestigio in terra di sĂ© lascia, qual fummo in aere e in acqua la schiuma. E però leva sĂą: vinci l’ambascia con l’animo che vince ogne battaglia, se col suo grave corpo non s’accascia. PiĂą lunga scala convien che si saglia; non basta da costoro esser partito. Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia». Leva’mi allor, mostrandomi fornito meglio di lena ch’i’ non mi sentìa; e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito». Su per lo scoglio prendemmo la via, ch’era ronchioso, stretto e malagevole, ed erto piĂą assai che quel di pria. Parlando andava per non parer fievole; onde una voce uscì de l’altro fosso, a parole formar disconvenevole. Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso fossi de l’arco giĂ  che varca quivi; ma chi parlava ad ire parea mosso. Io era vòlto in giĂą, ma li occhi vivi non poteano ire al fondo per lo scuro; per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi da l’altro cinghio e dismontiam lo muro; chĂ©, com’i’ odo quinci e non intendo, così giĂą veggio e neente affiguro». «Altra risposta», disse, «non ti rendo se non lo far; chĂ© la dimanda onesta si de’ seguir con l’opera tacendo». Noi discendemmo il ponte da la testa dove s’aggiugne con l’ottava ripa, e poi mi fu la bolgia manifesta: e vidivi entro terribile stipa di serpenti, e di sì diversa mena che la memoria il sangue ancor mi scipa. PiĂą non si vanti Libia con sua rena; chĂ© se chelidri, iaculi e faree produce, e cencri con anfisibena, nĂ© tante pestilenzie nĂ© sì ree mostrò giĂ  mai con tutta l’Etiopia nĂ© con ciò che di sopra al Mar Rosso èe. Tra questa cruda e tristissima copia correan genti nude e spaventate, sanza sperar pertugio o elitropia: con serpi le man dietro avean legate; quelle ficcavan per le ren la coda e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate. Ed ecco a un ch’era da nostra proda, s’avventò un serpente che ’l trafisse lĂ  dove ’l collo a le spalle s’annoda. NĂ© O sì tosto mai nĂ© I si scrisse, com’el s’accese e arse, e cener tutto convenne che cascando divenisse; e poi che fu a terra sì distrutto, la polver si raccolse per sĂ© stessa, e ’n quel medesmo ritornò di butto. Così per li gran savi si confessa che la fenice more e poi rinasce, quando al cinquecentesimo anno appressa; erba nĂ© biado in sua vita non pasce, ma sol d’incenso lagrime e d’amomo, e nardo e mirra son l’ultime fasce. …

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