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Verso la liberazione – Analisi del campo di battaglia | Vittorio Banti

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Una delle più orribili caratteristiche della guerra è che la propaganda bellica, tutte le vociferazioni,
le menzogne, l’odio provengono inevitabilmente da coloro che non combattono.
(George Orwell – 1984)

Come afferma Barbara Tampieri siamo in guerra. Certo, una guerra non convenzionale, nella quale non si affrontano eserciti in carne ed ossa e per questo visibili, ma una guerra socio-economica che attraverso il controllo dell’economia modifica la società, quindi le condizioni di vita degli uomini. Esattamente come in una guerra, però, ne siamo coinvolti
nostro malgrado e ne subiamo le conseguenze.
Prima ancora di vedere gli schieramenti, valutarne tattiche e strategie ed eventualmente schierarsi attivamente, come in ogni guerra occorre analizzare nel dettaglio il campo di battaglia; uscendo dalla metafora, il contesto.
Non è esattamente vero, ad esempio, che non possiamo esprimere un giudizio perché non in prima linea: il contesto, per chi oramai da parecchi anni segue il dibattito sui social e non solo, lo possiamo delineare piuttosto precisamente, attingendo alle informazioni che nel tempo, a cominciare dall’apertura di Goofynomics e di Orizzonte48, si sono sempre più moltiplicate, oltre alla esperienza ed al percorso personale di ognuno.
L’idea di uscire dal paradigma dell’euro e dell’Unione Europea esclusivamente mediante il ricorso al voto (sufficiente a guadagnarsi una maggioranza di Governo e tramite questo prendere le opportune decisioni politiche) è debole e attiene alla fase prettamente propagandistica di una campagna elettorale, che purtroppo in molti ritengono debba durare permanentemente. In realtà è una condizione solo necessaria (senza i voti si fa opposizione) ma non sufficiente. Il nostro Stato è costituito anche da Istituzioni autonome, da corpi intermedi, dalla pubblica amministrazione, dagli organi tecnici di ausilio; i quali tutti insieme e per i propri compiti, concorrono ad esplicitare la cosiddetta “forma democratica” e la struttura dello Stato. Ebbene, sappiamo come da molti anni, 20-25 o più, questi “luoghi democratici” siano stati infiltrati dai soldati del pensiero unico, dell’europeismo, del vento iperliberista apolide. Non solo: progressivamente sono state aggiunte nuove Entità giuridiche non previste in origine dalla Costituzione del 1948: le Agenzie Garanti, dotate di potere autonomo, riguardanti gli ambiti del mercato, della concorrenza, delle assicurazioni, delle banche, del risparmio, dei servizi primari; nel tempo
modificate in ottemperanza alle norme stabilite dalla UE. Tutti temi sottratti al Parlamento
italiano.
Pertanto qualsiasi Governo, anche il più deciso e risoluto nell’affrontare gli argomenti a noi cari, è obbligato a confrontarsi con questa situazione di fatto: il Parlamento (ed i parlamentari) sempre più debole, Enti e strutture democratiche sia previste dalla Carta che inserite successivamente su spinta dell’UE sempre più forti ed “occupate” dal nemico.
Poi c’è quello che si chiama “sentiment”, cioè l’atteggiamento emotivo e l’opinione degli elettori riguardo a questi grandi temi (in grandissima parte influenzato dai media mainstream); è del tutto oggettivo riconoscere che sta prevalendo soprattutto negli ultimi 10 anni un pensiero diffuso di “anti-politica” che si concretizza nel chiedere paradossalmente minori poteri alla politica, vista -non a torto- responsabile delle peggiorate condizioni sociali, senza riflettere che una politica debole produce provvedimenti deboli. Ed ecco le campagne contro gli stipendi dei parlamentari, la revoca dei vitalizi, addirittura il ripristino del vincolo di mandato, che renderebbe l’eletto ostaggio del partito di provenienza e limiterebbe la sua libertà decisionale.
In sostanza: si sta affermando l’idea del parlamentare-notaio, ratificatore di decisioni di cui non è attore protagonista ma mero esecutore.
Poi ci sarebbero gli Enti extra-nazionali, in primis l’Unione Europea, ma anche la Banca Centrale Europea, il Fondo Monetario Internazionale, l’OCSE, la NATO, l’ONU ecc. che obbligano, in virtù dei Trattati e degli accordi stipulati, a vincolare la politica. Ma di questo non parlo, che dovremmo ben saperlo.
In ultimo c’è l’esperienza personale, e qui voglio raccontare una storia.
L’anno scorso a ottobre ho avuto il privilegio di essere chiamato dalla Senatrice Monica Casaletto a prestare servizio come suo Collaboratore negli ultimi mesi della legislatura, in concomitanza con la discussione della Legge di Bilancio 2017. Ho quindi “respirato” l’aria dei palazzi e degli uffici dove si svolge la politica di cui noi discettiamo. Lo dico subito: è stato come vivere in una stazione spaziale in orbita a Marte, una sensazione aliena.
Ma andiamo per gradi: la Senatrice Casaletto fu eletta nel 2013 con il Movimento 5 Stelle; fuoriuscita l’anno successivo per le note polemiche, è stata perseguitata per 4 lunghi anni dai suoi ex colleghi, ma ciononostante ha svolto con passione e senso del dovere il suo compito (ognuno potrà verificarne nella sua scheda l’attività istituzionale), prendendo parte ed approfondendo i temi della sovranità nel frattempo emersi; nel 2017, insieme alla Sen. Paola de Pin ha aderito a Riscossa Italia di cui io ero membro del Direttivo e così ci siamo conosciuti.
Com’è la vita di un Senatore della Repubblica? Questo è l’aspetto forse più divergente dal pensiero comune; è una vita schizofrenica e parossistica, costantemente segnata dagli orari della Commissione di appartenenza e dell’Aula; orari in perenne variazione per esigenze indifferibili (una discussione in Aula che si protae o un diverso accodo sull’o.d.g. è prassi comune) e che non permettono alcuna pianificazione dei lavori. Anche studiare le Leggi da votare in Aula diventa difficile con soli 2-3 giorni di preavviso.
Poi c’è l’attività politica in senso stretto: seminari, conferenze, presentazioni di Proposte di Legge con le quali si cerca l’appoggio dei colleghi di altri gruppi/partiti, o si fanno proprie le considerazioni altrui. Ancora: ci sono gli approfondimenti su determinati temi che esulano dalle proprie competenze, gli incontri con rappresentanti di interessi specifici, il rapporto con il proprio gruppo di appartenenza (i cui componenti gestiscono la segreterie e i rapporti interni/esterni), i media… e così via.
Insomma, una vita in perenne movimento con in mano l’agenda degli impegni, in completo contrasto alla figura che da semplici cittadini abbiamo o per meglio dire “ci hanno” descritto del riscaldatore di potrona.
Alla luce di quanto sopra esposto, e venendo al dibattito politico sui social, credo occorra ripensare le contrapposizioni di questi giorni. E’ puerile attribuire ai politici eletti più poteri di quelli che hanno, sia perché in realtà -come abbiamo visto- non li possono esercitare essendone scavalcati, sia perché sono sottratti in grandissima parte ad un dibattito alto e di livello in favore degli impegni gravosi del giorno per giorno. E questo è un problema molto grave, di cui non si parla e che deve essere affrontato (ad esempio partendo dalla revisione dei Regolamenti interni di Camera e Senato).
Queste considerazioni, che ritengo oggettive, si applicano a tutto il mondo politico, indipendentemente dal colore politico e quindi reputo altrettanto puerile basare una critica politica sul moralismo: i “se ci fossero quegli altri, sarebbe diverso” non ha un senso compiuto, sarebbe la stessa identica situazione.
Il nostro sforzo di osservatori impegnati io credo debba essere il più possibile obiettivo e condiviso nella descrizone del contesto politico; altrimenti ci perderemmo in inutili polemiche sterili che indeboliranno il nostro messaggio e al tempo stesso non saremmo in grado di formulare una critica politica attinente alla realtà.

Vittorio Banti

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