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Claustrofobia en plein air: Midsommar e il senso del cinema di Ari Aster

Quando una trama horror sulle sette diventa rappresentazione dei pericoli della mente e della società.

Articolo di Furio Detti

 

Proverò a andare oltre per parlarvi dell’ultimo film di Ari Aster. Oltre la lettura elementare e – va da sé – abbastanza stupida: “Lo vedi che le sette sono pericolose” e “Le sette di bianchi nordeuropei sono il peggio.”, cosa che sicuramente in parecchi hanno pensato (e penseranno), mentre scorrevano i titoli di coda.

Dei giovani antropologi, ricercatori, e i loro amici finiscono, un po’ per caso, un po’ per scommessa o per necessità personale, a Harga, un’isolata comune di utopisti e neopagani svedesi proprio in tempo per festeggiare il Solstizio d’Estate, o festa di Midsommar (Mezza-Estate). Indovinate cosa potrebbe mai succedere di brutto?

In effetti a un occhio superficiale e un po’ ingiusto Midsommar potrebbe sembrare l’ennesimo film sugli svitati distopico-religiosi, da “Le Colline hanno gli Occhi” a “Wrong Turn” e mettiamoci pure “Rosemary’s Baby” o “The Village” di Night Shyamalan, o roba sui nazisti sopravvissuti de “I Ragazzi Venuti dal Brasile” per l’endogamia, le pratiche demografiche, le rune e l’immaginario nordico neopagano europeo a fare surrettiziamente da padrone di casa. A mio umile giudizio, anche con certa cognizione di causa in merito a paganesimo, runologia e folklore, le rune e la mitologia nordica sono in tutta la storia un pretesto e pure abbastanza labile o superficiale. I simboli runici e le illustrazioni/dipinti che descrivono le credenze della comune in cui i protagonisti si recano per una ricerca antropologica sono usati in modo affatto incoerente e fantastico. I nostri pazzi del momento potevano ugualmente essere terrapiattisti o apocalittico-survivalisti o altra fauna umana – su cui purtroppo è facile sparare adosso senza rischio – e il film non avrebbe virato di un grado dalla rotta del senso. Certo, personalmente, spiace un po’ la scelta del regista che è anche autore della sceneggiatura, poiché si presta a sgradevoli equivoci e stereotipi, ma questa nordicità, nella storia, non ha a ben guardare praticamente peso.

Sì perché Midsommar non è quello che sembra apparentemente, cioé roba da “Oh Dio siamo finti in mezzo agli svitati” (e creperemo tutti o quasi), ma è invece una favola macabra per parlare di una ben più angosciosa e pericolosa presa di coscienza: il disastro è parte della vita e noi ci illudiamo di lasciar fuori tutto col fabbricarci piccoli mondi interiori e personali per chiudere i mostri fuori dalla porta di casa quando scende la sera; o quando arrivano il dolore e la prospettiva dell’annientamento.

Invece secondo me, specialmente per chi ha già visto Hereditary (2018) – e se non lo ha fatto corra senza esitare – il bello è che proprio con Midsommar possiamo azzardarci a dire qualcosa di più sul modo con cui Aster vuole parlare dell’umanità e del male di cui è inevitabilmente fatta la vita, compresa ogni “innocente” normalità. A mio parere è un gioco fra interno e esterno. Una metafora soprattutto spaziale per descrivere il meccanismo quasi inesorabile delle forze interiori nella psicologia e nella psicogenesi del terribile.

Mentre in Hereditary la metafora era basata simbolicamente sull’attività di Annie, la madre, cioé il vero capofamiglia e la reale protagonista del film: costruire diorami della propria stessa esistenza, case di bambola in cui veniva riprodotto con spietato realismo ogni ambiente e momento domestico, familiari inclusi e la casetta sull’albero che – le inquadrature parlano da sole sin dall’inizio del film – gioca un ruolo interessante… in Midsommar l’inquadratura si allarga e si articola in senso simbolico, ma anche propriamente narrativo e registico. Qui lo scenario è una comune svedese installata su un placido acro di terreno a pascolo e boschi. Non più la casa dell’orrore tutto familiare di Hereditary. Eppure domina ancora il dialogo interno/esterno, non solo nelle carrellate “in sezione” che ci mostrano i personaggi spostarsi dentro i bungalow della nostra storia, ma nella visione delle varie case e degli ambienti “chiusi” disseminati lungo i 147 minuti di film, a partire dalla ripresa dell’automobile dei protagonisti che marcia verso la sua meta fatale. Un piano sequenza con ribaltamento della cinepresa e la dialettica: automobile = spazio sicuro, mondo = pericolo. Proprio come con Hereditary, in Midsommar è dato fra gli altri un luogo chiuso, altamente simbolico, che sarà culmine e epilogo ovviamentre brutale. Il gioco si articola ancora e di nuovo tra interno e singolo, tra la propria persona/volontà e esterno/comunità/società, tra luoghi del pericolo e luoghi della temporanea salvezza. Anche per il pretesto iniziale, il McGuffin che Aster usa per mettere in moto la storia, un evento drammatico e familiare, il fatto è descritto proprio con un discreto piano sequenza ambientato in casa. Il messaggio è: non si è mai al sicuro o quasi. Però in Midsommar il sacro-come-terribile ha dimora per quasi tutta la narrazione in ampi spazi, in luminose scene collettive, riprese in esterno, con generosità di inquadrature e carrellate, tranne che al momento culminante, e anche li con una digressione verso l’esterno. Cio che si agita dentro di noi è tanto pericoloso quanto quello che possiamo o potremmo trovare nel prossimo nostro.

Il punto (molto) debole a mio giudizio del film sta proprio in questa necessità corale. Che obbliga Aster a non servirsi in pratica degli attori principali, a rendere la loro caratterizzazione non oltre il mero dato materiale di fatto inutile e osiamo dire assai sottotraccia; meglio si comportano gli abitanti della comune (per un riferimento guardatevi Fanny e Alexander di Bergman o Il nastro bianco di Haneke), molto meglio; anche se qui non ci sono vette come per Toni Collette (Annie) e Milly Shapiro (Charlie) e Alex Wolff (Peter) in Hereditary. Scordatevi quindi applausi a scena aperta per la resa degli interpreti principali, decisamente deludente, ma forse non per colpa degli stessi, quanto per scelta narrativa e registica. Meglio di tutti Florence Pugh (Dani), la protagonista, ragazza estremamente fragile, nevrotica, provata per ovvie ragioni dall’esistenza ma anche, permettetecelo, scassacactus vocazionale della storia. Nessuno la vorrebbe come fidanzata e alla fine forse si capisce pure perché. Il resto dei coprotagonisti lavora comunque troppo come un set di marionette-stereotipo da film horror drive-in: il gaffeur ignorante (Will Poulter-Mark), il saputello sacrificale (William Jackson Harper-Josh), il fidanzato bietolone e sprovveduto (Jack Reynor-Christian). Non spicca più di tanto neanche il falsamente mite, ma intrigante e malevolo Pelle (Wilhelm Blomgren). Meglio, per contrasto e per la loro evidente sinistra funzione gli abitanti di Harga, fra cui spiccano la decana Siv (Gunnel Fred) e gli anziani capovillaggio. In questo senso la narrazione è decisamente, ma non perfettamente, riuscita. Anche il ritmo con cui si rivela la reale natura della situazione in corso è ben orchestrato e abbastanza munito di svolte e colpi di scena da non essere troppo prevedibile. Il sottroscritto comunque certi sviluppi li ha facilmente immaginati…

Diciamo che la bellezza del film sta nel quadro d’insieme, nella poetica che Aster inizia a svelare al suo secondo lavoro, che mi pare appunto parte di un disegno coerente e logico il cui significatop è di urgente interesse. Tanto che ci si aspetterebbe in futuro qualcosa di urbano e letteralmente di massa. I più forse dimenticano che Ari Aster ha diretto altri due film prima di Hereditary e Midsommar: i due cortometraggi The Strange Thing About the Johnsons (2011) e Munchausen (2013), entrambe guarda caso due surreali e semitragiche commedie familiari. Con Midsommar si entra nel rapporto individuo-piccola comunità.

Guardatevi intorno. Sembra avvertirci il regista. Che cosa resta dentro e cosa crediamo di aver lasciato fuori?

Midsommar (2019)
Regia: Ari Aster
Sceneggiatura: Ari Aster
con Florence Pugh, Jack Reynor, Vilhelm Blomgren

 

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