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ALTER BRIDGE Fino al cielo

Articolo di Riccardo Rage Gramazio

Per raccontare la storia ormai quindicennale degli Alter Bridge, fantastica realtà del panorama rock internazionale, bisogna obbligatoriamente parlare dei Creed, band di riferimento del movimento alternativo degli anni ‘90. My Own Prison e Human Clay sono album di grande successo. Grazie soprattutto al secondo lavoro, ben piazzato nella classifica dei dischi più venduti di sempre negli Stati Uniti, i Creed entrano forse inaspettatamente nella storia. La formazione è composta dal cantante Scott Stapp, dal chitarrista Mark Tremonti, dal bassista Brian Marshall e dal batterista Scott Phillips, personaggi che sanno sicuramente come muoversi con gli strumenti, con le melodie e con le note. Tante belle cose, altroché, ma nel 2004, complici vicissitudini e incomprensioni varie, lo scioglimento è ufficiale, e a poco servono la tristezza dei fans o i giudizi contrari della casa discografica. Stapp intraprende la carriera solista, mentre gli altri tre membri decidono di restare insieme, di arruolare il talentuoso cantante Myles Kennedy dei Mayfield Four e formare, per nostra immensa fortuna, gli Alter Bridge.
Sto parlando di una band straordinaria, capace di crescere di volta in volta, disco dopo disco, in maniera quasi autonoma, spesso, a maggior ragione all’inizio, senza un rilevante supporto da parte delle etichette, delle radio e via dicendo. In poche parole, talento, lavoro e tanto rock.
Proprio nel 2004 il primo disco, One Day Remains, un gioiello composto da grandissimi canzoni. Tra i titoli principali spiccano Broken Wings, Metalingus e la struggente In Loving Memory, una di quelle da ascoltare almeno una volta nella vita. La proposta degli Alter Bridge è grandiosa; abbiamo un vocalist a dir poco fenomenale, un virtuoso della chitarra come il buon Mark a erompere, una sezione ritmica invidiabile e una bella collezione di sonorità toste, massicce e, al contempo, adatte a tutti. L’album è firmato interamente da Tremonti, con Kennedy a completare parte dei testi, scritti che raccontano storie di speranza, di dolore e di rimpianto.
Le differenze con la musica dei Creed, esistono realmente, e non è soltanto una questione riguardante le voci o le interpretazioni di Stapp e di Kennedy. No, gli Alter Bridge non sono i Creed con un altro a cantare, come qualcuno prova di tanto in tanto ad affermare. A conti fatti, l’approccio della band è molto più vicino alle idee più classiche dell’hard rock o del metal e un po’ meno a quelle definibili post-grunge. In questo progetto poi, Tremonti può mostrare a pieno tutto il proprio talento, illuminando la scena con assoli, arrangiamenti e fraseggi eccellenti, accattivanti e mai banali, elementi non frequentissimi nell’espressione dei Creed. Che musicista, ragazzi!
Tuttavia le difficoltà non mancano affatto. Già, perché i problemi con l’etichetta Wind-up Records e il costante paragone con i Creed rischiano seriamente di ostacolare il programma. Ma come già scritto, talento, lavoro e tanto rock.
Per la Universal Republic, nel 2007 esce allora il nuovo e ambizioso Blickbird, un’opera più dura e coriacea rispetto a quella precedente. La scrittura è figlia della collaborazione tra Tremonti e Kennedy, qui, per la prima volta, anche chitarrista e compositore a tempo pieno. Una traccia importante? Ovviamente la title track, otto minuti che Myles dedica a un amico malamente scomparso. Per molti questa canzone rappresenta il punto più alto raggiunto dal gruppo, e tale considerazione può veramente starci. Il doppio assolo del brano è persino presente nella lista stilata dalla rivista Guitarist e riservata alle migliori esecuzioni chitarristiche di sempre. Non male, direi. E come cazzo canta Kennedy? Lasciatemelo sottolineare.
Il processo creativo degli Alter Bridge prosegue alla grande, ottenendo sempre più consensi e seguaci. La band è ormai una verità consolidata, una testimonianza fortissima dell’hard rock moderno. Il 2010 è l’anno di AB III, un concept oscuro, triste ed emotivamente forte. Le complesse composizioni intraprendono nuove strade, sfiorando addirittura i campi del progressive metal. E se la struttura generale è articolata, la parte lirica non è da meno. Al centro del disegno, troviamo infatti il rapporto parecchio complicato con la fede, non proprio un tema insignificante e di agevole lettura. AB III è un album da ascoltare a fondo per poter essere integralmente apprezzato. Ovviamente, consiglio anche questo…
Dopo il giro promozionale in favore del terzo capitolo, il gruppo si concede finalmente una meritata pausa. Myles Kennedy può quindi dedicarsi al progetto personale di un altro grande del rock, l’amatissimo Slash. Il cantante viene infatti ingaggiato dal celebre guitar hero dei Guns N’Roses per la realizzazione di Apocalyptic Love e per il conseguente giro mondiale.
E se Myles ha modo di confermarsi tra i più grandi cantanti in circolazione, Mark Tremonti e Scott Phillips non stanno certo a guardare: il primo debutta come solista, il secondo entra a far parte del supergruppo Projected, in compagnia di John Connolly e Vinnie Hornsby dei Sevendust e del chitarrista Eric Friedman.
Il bellissimo Fortress, il mio preferito, arriva invece nel 2013. Scritto e composto nel periodo di momentanea separazione e anticipato dal singolo Addicted To Pain, ripresenta la formazione in forma smagliante, proprio come l’avevamo lasciata. Fortress è un album ispirato, massiccio e piacevole in tutto e per tutto. La formula è ormai un marchio di fabbrica, è una bomba rock, potente e arrabbiata, ma sempre melodica e seducente. Tutto funziona alla perfezione e difficilmente, ve lo garantisco, viene voglia di estrarre il cd dal lettore. Il duo Kennedy/Tremonti è ancora una volta di gran lunga superiore alla media. Cry of Achilles, la già citata Addicted To Pain, The Uninvited, la pazzesca Calm The Fire o la power ballad All Ends Well, e sì, bastano e avanzano per motivare il mio entusiasmo. Ripeto, questo quarto volume è quello che preferisco.
Ogni band però, anche la migliore, può talvolta sbagliare qualcosa o perdere leggermente il passo. Succede ai nostri con il successivo The Last Hero, 2016, una via di mezzo tra Blackbird e Fortress, che non accende a dovere l’anima della critica e dei seguaci. Non siamo davanti a un brutto disco, assolutamente, i singoli sono sicuramente validi, i suoni sono sempre belli e curati, ma quando si è abituati all’eccellenza… come dire, concludete da voi la frase. Ma a me non piace parlare dei difetti e, se non sbaglio, qui sto provando a narrare un’intera storia, una carriera straordinaria per molte ragioni, una carriera che non può essere messa in discussione soltanto da un episodio non proprio riuscito. Poi, come spesso accade, riascoltare un album tempo dopo la pubblicazione può far nascere nuove considerazioni. Staremo a vedere. La musica invecchia, certo, ma non muore.
Siete arrivati fino a questa riga? Bene, è giunto il momento di spiegarvi come stanno le cose…
Ieri, 18 ottobre 2019, ho acquistato il nuovo lavoro degli Alter Bridge, il sesto volume della saga, l’atteso Walk the sky. L’idea era proprio quella di recuperare immediatamente il disco, il giorno stesso dell’uscita, consumarlo a dovere e scrivere un articolo celebrativo. Il disco non è ancora consumato, ma l’articolo è qui, quasi pronto per stabilirsi nel web. Vorrei già recensire il prodotto in questione, ma credo che sia più opportuno attendere nuovi ascolti. Posso però già darvi un titolo: Godspeed.
Se non lo avete fatto, ascoltate tutta l’opera di questa favolosa band, magari anche le prove firmate esclusivamente da Myles Kennedy (Year of the Tiger, 2018) e da Mark Tremonti. Capirete di cosa sto parlando…

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