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NATO NEGLI U.S.A. Il Boss canta il dopo Vietnam

Cosa rappresenta davvero Born In The U.S.A.? Se fosse ancora qui tra noi, Ronald Reagan ci fornirebbe una risposta completa, precisa ed esaustiva. Pessima battuta, lo so, davvero di cattivissimo gusto.
D’altronde, non riesco proprio a non pensare al leader repubblicano, Presidente degli Stati Uniti dal 1981 al 1989, e alla sua idea di utilizzare questo classico immortale per la campagna elettorale. Credetemi, mi risulta impossibile, perché Born In The U.S.A., traccia di apertura dell’omonimo discone di Bruce Springsteen del 1984, è praticamente il contrario di un inno patriottico o di un manifesto proamericano. E se avete dubbi, beh, il nostro eroe non prese nemmeno in considerazione lo strampalato desiderio di Reagan.
Per chi ancora non lo sapesse, l’iconica copertina dell’album mostra il Boss di spalle, jeans e maglietta bianca, e le strisce orizzontali della bandiera statunitense a far da sfondo.
Ho sempre interpretato l’immagine come un face to face tra Springsteen e gli States, come il ritratto di una resa dei conti quantomeno morale. In parole semplici, oltre a mostrarci il culo, il grande cantautore del New Jersey sfida l’America. Liberi di non essere d’accordo, ovvio, questo è solo il mio modesto parere, la mia umile interpretazione, ma prima di ribattere o di manifestare dissenso provate a entrare davvero nella canzone.

Born down in a dead man’s town
The first kick I took was when I hit the ground
End up like a dog that’s been beat too much
‘Til you spend half your life just covering up

Born In The U.S.A. narra in chiave profondamente rock and roll le amare conseguenze della Guerra del Vietnam. Il protagonista, un reduce, ci parla amaramente del suo ritorno a casa dopo il tremendo conflitto nel sud-est asiatico. E’ stato mandato in terra straniera dal suo Paese per battersi da virile soldato e per uccidere l’uomo giallo. Più o meno ciò che noi abbiamo visto per esempio nel pluripremiato Platoon di Oliver Stone, pellicola del 1986, il ragazzone lo ha vissuto in prima persona. Ha dato molto, non si è risparmiato, e ora che è di nuovo sul suolo americano, non ha più il suo vecchio lavoro alla raffineria, non ha più un posto, forse non ha più un’anima. Non ha più nulla, amici, eccetto il triste ricordo di un fratello caduto in battaglia e una fotografia struggente a tormentarlo di continuo.

I had a brother at Khe Sanh fighting off the Viet Cong
They’re still there, he’s all gone
He had a woman he loved in Saigon
I got a picture of him in her arms now

Nessun appoggio, nessun reale riconoscimento per i veterani del Vietnam come lui, sacrificati in nome della patria, della mitica bandiera a stelle e strisce.
Il senso della canzone è proprio qui, tutto qui.
Argomenti pesanti, suonati e cantati paradossalmente in maniera quasi irriverente e disinvolta.
Ma per quale motivo questo disgraziato personaggio ha subito e continua a subire tutto questo? Risposta semplice: perché è nato negli U.S.A.
L’America non è affatto la Terra Promessa, e Bruce Springsteen vuole gridarlo al mondo intero, con tutta la sua grinta, con tutta la sua arcinota vigoria.
Altro che inno patriottico! Il vecchio Reagan avrebbe dovuto ascoltare con più attenzione la canzone, evitando di soffermarsi soltanto sul titolo volutamente fuorviante.
Ribadisco, altro che inno da campagna elettorale!
Concepita in chiave acustica all’epoca di Nebraska, tra il 1981 e il 1982, complice anche la richiesta di un brano da parte del regista Paul Schrader per un film (La Luce Del Giorno del 1987), Born In The U.S.A. è ancora oggi una favola pazzesca.
Non ci resta che ringraziare per l’ennesima volta il Boss, immenso songwriter e monumento indiscusso della musica internazionale.
Lo so, state canticchiando anche voi…

Born in the U.S.A
I was born in the U.S.A
I was born in the U.S.A
Born in the U.S.A

 

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