Breve vita felice di Marco Pantani

Lo vogliono toccare. E’ più forte di loro. Lo vogliono toccare tutti, Marco Pantani. Succede che la sua squadra, la Mercatone, diffonde un comunicato quel secondo Giro che Marco ha già vinto. Per favore, non dategli pacche o manate. Non dategli incoraggiamento. All’arrivo è coperto di lividi. Non toccatelo, amici. Anche se lui vi ha toccato il cuore.
Due atleti, Nedved e Pantani. Solo loro mi han fatto scoprire che ho il sangue pure dietro la schiena. Altri m’han riempito gli occhi e gonfiato il cazzo. Leggo la Gazza il giorno in cui muore Marco Pantani, sono innamorato e felice. E’ un giorno d’estate il giorno in cui muore per il suo bene, per la sua salute. “Marco, non così”. E giù di buoni consigli. Sotto con l’ottimismo, coi paragoni. Merckx forse non è stato fermato per poi riprendersi tutto? Si capisce subito che è morto. Almeno io che leggo il giornale rosa mentre lo lascio solo nel suo dolore lo so. So cos’è in quell’istante. Ho conservato quel pensiero che ebbi 12 anni fa come in una cartella di sms. “Non accetterà mai”. Non è un cannibale. È uno agli ultimi colpi in canna. È nel momento in cui scrivi per sempre le tavole della tua vita, l’albo d’oro dei giorni che verranno. Gliene tolgono un pezzo che si chiama presente. Gli tolgono il presente cercando di raccontargliela con la scusa del futuro.
Capire. Marco dovrebbe capire. Lo fa a modo suo. Quello che ti ordina di capire è un estraneo, è il mondo di cui vorresti fare parte e farne a meno. Quello che vorrebbe ti rialzassi per lui. Per lui che non hai mai amato. Capire per amor suo l’impossibile.

Capire per amore suo che cioè sei morto ma sei ancora vivo. Il brutto del capire è che poi capisci sul serio. Capisci anche troppo. Ed allora ti vengono strane idee. Ti vien purtroppo voglia di farglielo capire. Di fargliela vedere a quello. ‘Sto stronzo che ha diviso bene i compiti, i letti della futura convivenza. A te spetta di capire tutto e a lui niente. Capire si fa a modo mio, a modo inutile troppo sincero e per niente costruttivo cioè. Cioè. A modo di chi è morto. Capire facendo capire a quello che hai capito di non essere mai stato conosciuto. E’ come quella donna che non hai mai corteggiato, mai amato più di tanto. E poi lei ti dice, se ti ridò una speranza ti ritrovo sotto il mio palazzo. E tu ti giri e dici chi, che quando mai. Neanche a vent’anni. Ma con chi ce l’ha. Ma vaffanculo.
L’uomo giusto per il giorno stesso della morte di Pantani si chiama Savoldelli. Fuori piove anche se non c’è pioggia. Sono lacrime e sputi. La gente vive quel tempo di vivere o morire cercando di prendere tempo, di fermare tutto. Fermate il Giro, fermate il Giro. C’è un matto che si sta facendo squalificare, gente accorrete. Il falco matto. Ha rifiutato di mettere la maglia di Pantani. Perché sa come comportarsi quando si cade. L’uomo giusto Savoldelli nel dramma giusto, il campione mondiale delle discese, delle cadute dalle vette. Ideale per la caduta libera. La gente è lì. Vuole vedergli il giorno prima in faccia, vuole vedergli la giustizia e l’amicizia. Vuole vedergli le lacrime così da vedersi al posto suo, far qualcosa come lui, farsi punire come lui. Vuole vederlo nell’immaginazione mentre si carica Marco Pantani da par suo, come un matto ed un campione, nella sua ultima discesa. Per poi magari riportarlo su. Vuole vederlo affranto. Savoldelli li accontenta. Si fa veder secondo.

Quella mattina si va ad Aprica. Marco Pantani va a casa sua, noi altri si va al mare o ad Aprica. A farci le condoglianze e a parlare male contro il cielo. Ad Aprica c’era arrivato cinque anni prima, Marco. In trionfo. Ora c’è arrivato in bara. La gente è lì. La gente è ancora lì, sapete. Si, si. Non ci facciamo mancare proprio niente di quel giorno. Fanno ogni anno una specie di seduta spiritica, una specie di Sliding doors. Cosa sarebbe successo se non fosse successo. Non succede ma se succede. Organizzano una sorta di Pantani ha corso quel 5 giugno. C’è sempre un corridore con la sua maglia su quella montagna. Un gioco macabro. L’intento è pulito, il messaggio è feroce. Non puoi andartene via. E chi l’ha detto. C’era scritto sulla confezione. Fragile. Non si doveva toccare.
La storia di Marco Pantani è la storia di un omicidio. Storia di un omicidio, c’è un cadavere certo, uno steso e che per questo, per coerenza, non s’è alzato più. Poi altri allegati senza importanza. I moventi, il nostro amore. gli assassini. I pugni dentro un vetro, il suo e il mio la sera in cui parlava Cannavò. Come parlava? Like a virgin. Come nella canzone di Madonna. Gli mancava solo l’abito da sposa e l’anello da metterci. Al naso. Quand’è morto Cannavò, ho scritto un pezzo su Giornalettismo in cui l’ho mandato all’Inferno, in senso di Giudizio universale mica altro. L’Inferno dove ha mandato Marco che nel frattempo, nell’attesa, s’era dilettato a farlo come sempre a modo suo. Un Inferno formato salita, Cannavò davanti ad arrancare e Marco dietro. A prenderlo a calci in culo.
E si perché Marco in salita era bravo. Era se stesso, dentro casa sua. Tutto perché non voleva mai capire.
Storia di un omicidio e pochi ammennicoli. Qualche cianfrusaglia.

Come sarebbe andata se in caduta Savoldelli l’avesse rimesso in salita. Se si fosse gettato nel dirupo esperto di matti e tutti giù per terra anche soltanto per riportarcelo.

La prece a Berlusconi della madre, Letta e il dopato. Senza virgolette, non è giusto mettergliele. Nessuno gliele ha messe. Moser, Lippi e Gotti. Le dichiarazioni. I titoli della Gazza.
Non così, ”se n’è andato”. E che volevi facesse, restare? No. Va e sii felice. Muori e sii felice.
Il santuario di Oropa, il Galibier, la Mapei, la mala.
Le assoluzioni che non contano niente. Che non contano più. Anzi. Speriamo gli serva, dice Moser. Certo, a morire. Non ha avuto umiltà, dice Gotti. Quella serve a te semmai. Che hai vinto la sua vittoria, l’hai vinta a tavolino. Non ha avuto umiltà certo ci mancherebbe. Non aveva neanche lo spazio per metterla a posto. Quella non serve a chi ha il resto.
Cose, frammenti, indirizzi. Pezzi.
Un pezzo che sto scrivendo dentro di me da dieci anni. Ha voluto vivere una sua breve vita anche lui come Marco prima di morire per sempre nella volgarità di una forma definita con inizio e fine.
Bigliettini sono innocente sono innocente. Scritti sui muri in albergo. L’innocenza venduta ad un pusher che lo stesse a sentire in cambio di coca come Tortora la raccontava ormai ai pidocchi. Presi sui muri in cella. Il destino di Marco dall’inizio alla fine. Scrivere sui muri. Scrivere grandi imprese sui muri.

Non era Merckx non accetterà mai. Merckx era all’inizio, aveva vent’anni, il Giro iniziato. Marco ne aveva trenta, il Giro già suo.
Non era un cannibale, non come noi che appena una settimana prima ce lo divoravamo a tavola alla tv quando lui era al Santuario non saltando neanche un boccone della sua risalita mentre a lui saltava la bici e agli altri non aspettandolo saltava tutto. I nervi, l’onore. Il primo posto.
Non era un cannibale, divorava salite non carne umana. Non la propria carne.
La lezione di Casartelli. Marco quel giorno c’era, la lezione l’ha appresa forse il solo. Era lì a imparare e poi dare di “merde” insieme agli altri a Virenque che continuava, che festeggiava. La lezione di Casartelli. Quando cadi sei morto, muori. Non ti rialzi. Sennò non hai rispetto di niente e nessuno, non hai rispetto del dolore che ti hanno arrecato. Sennò sei una merda.
Marco Pantani invece è un equivoco, Marco non capisce niente.
La sofferenza ce l’hanno insegnata, spiegata e noi l’abbiamo capita come una linea retta sulla quale anestetizzarci con l’abitudine, su cui transitare a folle in attesa che la nostra macchina possa camminare senza che ce ne accorgiamo. Per Marco il dolore è una salita e quando vede una salita Marco corre forte. Perché capisce tutto il contrario, capisce come al solito, capisce male. Poco.
Solo ciò che vede e ciò che sente.
Quando vede una salita sente poco, solo dolore.
Niente opportunità, riattamenti ed amenità della gente di pianura.

Quando sente dolore capisce al solito, che è una salita. Che è rimasto solo, nessuno riesce a stargli dietro. Che deve correre più forte.
Quando vede una salita sente dolore. Deve correre forte così finisce prima.
Quando sente dolore capisce che è una salita. Quindi corre forte.
Quindi finisce prima.
Muori così è felice. L’unico scemo che abbia rispettato la propria morte. Morte, non la sorte che quelli so’buoni tutti.
L’unico, Marco, ad aver rispettato la sua morte. A prenderla sul serio anche se ingiusta, inferta o meno dagli altri non importa. A darle un senso. Il proprio senso. A dare alla propria morte il senso della propria vita.
Ha rispettato la sua fine. Se sei finito è finita. Senza inutili andare avanti ‘ché se è finita non si può andare oltre.
Muori così è felice. Non così, già.
Non così. Come.

http://www.youtube.com/watch?v=AIFv8sATrUk

http://www.youtube.com/watch?v=kQEANyj6I5E

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