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Fitzgerald: la tragica storia d’amore di due grandi scrittori dei “Roaring twenties”.

Si dice che dietro un grande uomo ci sia una grande donna. Chi lo dice? Probabilmente i latini e poi sicuramente la sottoscritta.
Zelda Sayre e Francis Scott Fitzgerald erano un’amabile coppia con interessi condivisi, una vita di lussi, un’apparente spensieratezza e divertimenti firmati Gin Tonic, Whisky e Champagne.
La coppia è stata considerata per lungo tempo, il simbolo della cultura americana degli anni ruggenti, gli anni della ricchezza pre-declino targato ’29.
Erano gli anni del jazz, dell’emancipazione femminile e delle donne flapper, dei sogni che diventano realtà nella nuova era, della libertà figlia della grande guerra.
Due parole, futuro e ricchezza, un unico brivido e musica fu: il trasgressivo Jazz e lo scoppiettante charleston.
Tanti hanno tratto ispirazione dalla coppia idolo del tempo e da quello sfavillante decennio dal retrogusto un po’ amaro.
Siamo nel pieno della “generazione perduta” di cui parlano Gertrude Stein ed il suo discepolo Hemingway e di cui fanno parte anche Eliot, Ezra Pound e Fitzgerald.
L’incontenibile gioia della rinascita dalle ceneri della guerra e la tangibile certezza di un futuro prosperoso, bussavano implacabili alla porta americana (e non solo). Alla finestra, lo spettro dell’angoscia e del declino picchiettava con le sue unghiette ancora morbide.
L’avevano accolta, gli “sposini”, sulle note di I’ve got you under my skin.
L’aveva accolta in particolare Francis, reduce di guerra e con la grande ambizione dello scrittore di successo. E’ soltanto il 1920, quando viene pubblicato il suo primo libro, “This side of paradise”, a seguito di vani tentativi di pubblicazione.
Il romanzo e la sfrenata fortuna del giovanotto alle prime armi, spingono Francis a chiedere in sposa Zelda Sayre, una semplice ragazza delle campagne del sud, figlia di una famiglia borghese di Montgomery.
Zelda era audace, frizzante e controcorrente, in perenne ribellione contro i canoni sociali ed il prototipo della donna del sud, costretta nei suoi abiti di pizzo e merletto e nelle lezioni di danza classica. Spregiudicata e moderatamente ambiziosa, era dedita a far scalpore già nella sua piccola cittadina con i suoi comportamenti provocatori, lontani dalla pacatezza delle coetanee del sud.
Le sue convinzioni risultavano fin troppo audaci soprattutto per i coetanei giovanotti che, attoniti ma entusiasti, cedevano al suo carisma almeno quanto lei cedesse a dimostrar finto interesse per quei “vuoti contenitori”. Come amava definirli, già, vuoti.
Zelda possedeva una forte inclinazione artistica, che esprimeva annotando pensieri ed aneddoti sui suoi diari. In silenzio, nei momenti meno caotici della giornata, si dedicava alla sua amata scrittura. Un modo per fuggire da quella cittadina che non dava spazio alla sua anima, ma, che poi, crescendo avrebbe rivalutato. Andar via, trasferirsi, costruirsi una vita altrove, lontana da un padre poco, se non per nulla, incline ad esternazioni affettive.
Fu così che dall’incontro con Francis, non si poté che ricavare inizialmente “del buono”.
Ma fu solo apparenza.
Lui, un ragazzo a prima vista eclettico e borioso dal forte carisma oltre che dall’eleganza incontrastabile, con grandi ambizioni, ma in sostanza, divorato dalla troppa insicurezza che lo trasportava continuamente alla deriva.
Lei, una giovane ragazza innamorata della bellezza e dei sogni di un novello scrittore, unico capace di alimentare la sua vena poetica, era sempre disposta ad andar via e a dedicarsi alla sua relazione amorosa. Pronta a conoscere il mondo, a divertirsi in feste danzanti, ma, più nel profondo, pronta ad accettare tutto l’amore maschile, che era da tempo disposta ad accogliere, invano.
Una personalità ambigua, quella del giovane Scott, che celava una grande oscurità. Egli era infatti incline all’alcolismo e alla depressione. Attitudini che si acuirono durante il suo servizio al fronte e durante la sua carriera letteraria, in coincidenza a fasi di mancata ispirazione. Fu Zelda la sua salvezza, probabilmente come fu lui per lei, ma solo nei primi anni.
Molti la definirebbero vittima di una strumentalizzazione marchiata “amore”. Era infatti una relazione controversa, quella tra lo scrittore e la giovane Zelda.
Catullo col suo Odi et Amo non riuscirebbe a renderne omaggio.
Un grande amore che celava una grande dipendenza. Francis, insicuro ma con un’ambizione a cui non voleva rinunciare, si fece spazio nel mondo di Zelda. Fece “sua” la ragazza in auge ricercata dai più. La ottenne, lei e le sue attenzioni. Poi volle il suo genio, ma, non osò mai chiederlo. Lo ottenne.
Usò i diari di Zelda e le sue idee senza imitare lo stile autenticamente descrittivo della moglie. La rese eroina dei suoi racconti, musa ispiratrice.
Francis aveva talento ma non riusciva ad esprimerlo, il suo essere presuntuoso celava una profonda insicurezza, cronica. Lei gli offrì il suo talento che esprimeva in maniera umile e naturale, non avendo grandi aspirazioni. Si offrì lentamente ed implacabilmente a lui sino a quando la sua vita, oltre le feste e la ricchezza, si trasformò in un vassoio d’argento, vuoto. Senza null’altro da offrire.
La forza che la contraddistingueva la spinse nonostante ciò a cercare la sua strada. Illudendosi, ancora una volta, di poterla trovare restando accanto al marito.
Percorse la via della danza, odiata ed amata in età adolescenziale, quella da attrice ed ovviamente da scrittrice. Ed ogni singola volta ottenendo nient’altro che spietate critiche. Ogni successo di Zelda, ogni sua aspirazione, smuoveva la terra sotto i piedi di Francis.
Zelda si immobilizzò e si rinchiuse in un vortice di tormenti. Era palese la contraddizione che cercava di risolvere, ma, la soluzione era amara. Restare con l’uomo amato e non poter essere se stessa, restarci e lottare per esserlo. Lasciarlo era l’amarezza. Ci provò, ma non andò fino in fondo: amava perdutamente il Francis accartocciato sotto le bottiglie di alcool, prima che le svuotasse.
Lottò per essere se stessa, lottò fin quando il suo fisico decise di lasciarla sola nel combattere. Il pilastro della relazione, lei ed il suo caratterino da maschiaccio, lei e la sua spensieratezza espressa nella moda anni venti dai vestiti ormai corti; lei e le sue sigarette dal lungo bocchino, la risposta sempre pronta ed il suo spirito solare, crollarono.
La schizofrenia di Zelda si alternò a fasi di grande creatività che, finalmente, la spinsero verso la strada che avrebbe sempre voluto intraprendere: la scrittura. Scrisse infatti “Save me the Waltz”, Lasciami l’ultimo walzer, pubblicato nel 1932. Opera completamente autobiografica che riecheggia come un ultimo o forse primo, desiderio. Nella narrazione si riversano le gioie e le angosce di una vita dedita alla ricerca di se stessa e della felicità.
Un unico romanzo di Zelda, ormai madre, moglie e donna fragile, restò al mondo mentre lei si spense in un tragico incendio, a soli 48 anni.
Quella soluzione tanto amara da concepire, nonostante gli sforzi di Zelda, si palesò spontaneamente.
Del grande successo della moglie, infatti, non fu contento Francis. Si allontanò da lei come si allontana chi preannuncia una frana. Ma non lo fece teatralmente.
Il sostegno che lo aveva accompagnato negli anni era svanito. Zelda gli aveva rubato la scena con il suo essere brillante. “Inaccettabile”, commentò.
Per Francis fu il declino e la causa dell’avvicinarsi al mondo cinematografico hollywoodiano da lui poco amato ed ora, anche intriso dell’odore nazista.
Il volo a picco per il grande scrittore il cui talento è di incerta derivazione, cominciò a palesarsi in un modo sempre più limpido sino ad esaurirsi con la sua morte. Francis lasciò incompiuta la sua ultima opera, “The last Tycoon” pubblicata nel 1941 ad un anno dalla sua morte e messa insieme, grazie alle note ai margini del copione, dallo scrittore Edmund Wilson.
Il film che ne fu tratto, diretto da Elia Kasan nel 1976, rappresentò sul grande schermo in immagini nitide, l’epilogo della vita di Francis e Zelda.
E forse, proprio questa volta, l’autore era riuscito a metter su “la migliore opera narrativa che sia mai stata scritta su Hollywood” recitò Wilson. Dopo anni di tormenti egli aveva finalmente trovato da solo la strada per far emergere il suo grande genio. A soli 44 anni, ma ormai era troppo tardi.
I suoi punti saldi erano venuti meno: di Zelda, ormai lontana e malata, non c’erano più tracce e dell’alcolismo, solo gravi conseguenze.
Zelda aveva svuotato la sua anima ed anche la sua mente offrendogli il suo talento, sostenendolo sino ad implodere.
Lei, che aveva lasciato le campagne dell’Alabama ed i suoi amati paesaggi. L’aria che sapeva di “antico e pere cotte”, i merletti, i fiori ed il sole in un perfetto connubio, si era trovata incastrata in un vortice di profumi nuovi e nessuna tradizione.
A New York i fiori odoravano di gin e volteggiando al ritmo del blues e del jazz, la inebriarono sino a stordirla. Fu così anche in Francia ed ovunque si trasferissero per scrivere.
Il tutto in quel vortice emotivo chiamato Fitzgerald.
Non erano i fiori, il sole o la tradizione a fare di Montgomery, la sua casa.
Era l’amore della sua terra e le persone attraverso cui si esprimeva.
Finisce così la storia d’amore della coppia più bella degli anni venti. Svaniscono così due talenti esauritisi in un’unica vita, quella dei Fitzgerald, forse troppo stretta per entrambi.

«So we beat on, boats against the current, borne back ceaselessly into the past.»
«Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato.»

-The great Gatsby-

(Roberta Venditti)

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