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DUE FACCE Capacità e incapacità di comunicare

 

Articolo di Riccardo Gramazio

 

I Pink Floyd stavano ancora cercando un titolo per il quattordicesimo album, quello da pubblicare nel 1994. La lista provvisoria comprendeva strani appellativi, tra i quali anche Pow Wow. Non proprio il massimo, a dirla tutta. Le cose interessanti tuttavia nascono spesso per caso. Fu così, allora, che in occasione di una cena tra amici, lo scrittore Douglas Adams propose uno scambio a David Gilmour e a Nick Mason: un titolo al prezzo di 5000 sterline, da elargire poi a una associazione benefica parecchio cara all’autore. Alla fine la scelta ricadde su The Division Bell, parole estratte direttamente da uno dei primi versi di High Hopes, canzone che chiuderà il disco.
Per la precisione, nel parlamento del Regno Unito (ma anche di quello australiano), la campana della divisione viene suonata per richiamare l’attenzione dei politici prima di una votazione.

Beyond the horizon of the place we lived when we were young
In a world of magnets and miracles
Our thoughts strayed constantly and without boundary
The ringing of the division bell had begun

Titolo e canzoni del disco, sicuramente, ma è la copertina ad affascinare me e chissà quante altre persone. Se ne occupò il fotografo Storm Thorgerson, fidato collaboratore dei Pink Floyd. Non a caso l’immagine frontale di The Dark Side Of The Moon, da lui stesso ideata, è considerata ancora oggi tra le migliori di tutti i tempi. E come non essere d’accordo? Più o meno tutti noi appassionati abbiamo in casa una copia dell’album o almeno un gadget…
Per The Division Bell il creativo Thorgerson si lasciò ispirare dalla copertina di The Human Use of Human Beings, libro dello statistico Norbert Wiener, ritenuto il caposcuola della cibernetica. E qui, dato che sono un tipo curioso, sono andato a cercare l’illustrazione. Tra le varie edizioni del volume ho trovato quella giusta in pochissimo tempo. Grazie Google…
John Robertson creò invece le due sculture, le due teste metalliche. Sotto la guida del fotografo, le opere vennero posizionate in un grande campo nei pressi della cattedrale di Ely, nell’Est Anglia, l’una di fronte all’altra, così, come se volessero comunicare tra loro o sfidarsi. Le teste andarono insieme a creare un terzo volto, intento a fissare l’osservatore. Riassumendo, un doppio confronto, uno spettacolare effetto ottico, un gioco magnetico, ipnotizzante e incantatore. In pieno stile Pink Floyd, aggiungerei, che proprio nel disco, ancora una volta e con il supporto della brava scrittrice Polly Samson, affrontarono per l’appunto due facce della stessa medaglia, la capacità e l’incapacità di comunicare.
Bellissimo…
Che fine hanno fatto le statue metalliche?
Oggi sono a Cleveland, nell’Ohio, al Rock and Roll Hall of Fame and Museum.
Semplicemente un altro grande disco, semplicemente un altro grande pezzo di storia. E qui ci sta benissimo, alla faccia dell’incomunicabilità.

 

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