Elogio della lentezza

La velocità è la cifra dei nostri tempi. Si può dire quasi dire che sia la metonimia della modernità. I Futuristi vedevano nella velocità il simbolo del nuovo che avanza, della furia creatrice, del futuro glorioso. Il cambiamento e la velocità erano considerati due aspetti della stessa pulsione a progredire, persino la guerra era “moderna”, perché distrugge il vecchio per far posto al nuovo.

La nostra civiltà è basata sulla velocità e sui suoi corollari: la produttività e l’efficienza. Che cos’è la produttività se non riuscire in meno tempo a produrre gli stessi beni o, il che è lo stesso, produrre più beni nello stesso tempo? E l’efficienza non è forse il riuscire a fare qualcosa o prendere una decisione in meno tempo? Efficiente è chi risponde immediatamente ad uno stimolo, chi risolve rapidamente un problema.

Vediamo di approfondire questi aspetti.

Fino alla rivoluzione industriale di fine ‘700 la produzione, per quanto seriale, era di tipo artigianale: il costruttore, mettiamo di vasellame, fabbricava una serie di contenitori e li decorava, attraverso un’attività manuale in cui il fattore tempo era dato dalla maestria nell’arte e dall’abitudine. Con l’avvento delle macchine, prima, e della catena di montaggio, poi, tale attività si velocizza e si tipizza, perdendo quelle caratteristiche di unicità che la produzione a mano necessariamente implica. Per aversi una maggiore produttività il fabbricante deve cercare di rendere il più possibile omogeneo il processo produttivo, con l’uso di materiali sempre più semplici da trattare e meno costosi, e deve eliminare per quanto possibile ogni differenza, ogni particolarità che distingue un prodotto da un altro. L’effetto è quindi la standardizzazione del bene. Ritorneremo su questo aspetto.

Si può ben dire che c’è un rapporto diretto fra aumento della produttività e standardizzazione e quindi che c’è un rapporto inverso fra tempo e differenziazione.

L’efficienza è definibile come la capacità di dare una risposta, una soluzione in tempi rapidi, ovvero la capacità di avere una reazione immediata. La rapida reazione ad uno stimolo è considerata una reazione efficiente: il combattente efficiente è quello che reagisce quasi d’istinto all’attacco; il guidatore efficiente è quello che agisce e reagisce senza mettere in gioco la memoria cosciente. In generale si è padroni di un arte o mestiere, e si diventa quindi efficienti in quel campo, quando l’azione è insieme veloce e corretta, quando si passa dalla memoria esplicita, che recupera le informazioni coscientemente a quella implicita che guida i comportamenti automatici. Anche in attività più complesse l’efficienza è misurata dalla velocità con cui si risolve un problema, sia esso idraulico o matematico. L’efficienza quindi prescinde dall’elaborazione che è un’attività cosciente e questo anche nei casi di soluzioni complesse: infatti la capacità dell’esperto di agire in maniera efficiente dipende soprattutto dalla sua conoscenza storica più che dal ragionamento. Il medico efficiente è quello che ha alle spalle una casistica, propria o de relato attraverso gli studi e gli aggiornamenti, che gli permette di collocare il caso concreto in uno dei tipi di patologia già visti ed esaminati. Recentemente è stato compiuto un esperimento che ha coinvolto i migliori chirurghi d’Inghilterra e un robot-chirurgo nell’algoritmo del quale erano stati inseriti centinaia di migliaia di casi pregressi. La sfida era quella di riconoscere e trovare l’operazione più adatta a una serie di casi clinici; orbene il chirurgo robot ha avuto il 100% di efficienza nel riconoscere e trattare i casi sottoposti, contro il 98% del migliore chirurgo umano.

Non è un caso che, avendo posto l’efficienza come parametro di capacità, gli uomini si siano affidati all’elaborazione dei computer per svolgere le proprie attività: il tempo richiesto dalla modernità è infatti incompatibile con la capacità di analisi del cervello umano, che il prof. Lamberto Maffei, ex direttore dell’Istituto di Neuroscienza del Cnr, definisce nel suo saggio “Elogio della lentezza” una “macchina lenta”. La modernità è quindi caratterizzata dalla cessione da parte dell’uomo del momento elaborativo alla macchina, della quale bisogna fidarsi. Non c’è infatti alcuna possibilità che l’uomo supervisioni e revisioni criticamente quanto comunicato da essa, come risultato del suo calcolo. Egli può solo reagire secondo il protocollo di efficienza dettato dal caso da risolvere.

Dai due corollari testé esaminati scaturiscono alcune problematiche che influenzano in generale la società: La prima è, come abbiamo visto parlando di produttività, la standardizzazione. In una società dominata dalla velocità non c’è tempo per le differenziazioni, anzi qualsiasi diversità o personalizzazione diventa nell’ambito del mercato un benefit che si paga, la cosiddetta “customizzazione”. Al di fuori di ciò la regola è la misura standard, il modello standard, la produzione in serie. Questa omogeneizzazione non ha riflessi solo sui beni offerti, ma diventa anche la base su cui si sviluppa la società: il globalismo che sottende a questo tipo di costruzione economica, è il substrato su cui viene formata la moderna struttura sociale, formata da individui e non più da società o gruppi sociali, che al massimo si riconoscono in tipologie di consumatori e che non hanno alcun legame con il territorio. Il “cittadino del mondo”, come ama definirsi o meglio come la propaganda globalista lo raffigura, è libero di andare ovunque, stabilirsi temporaneamente in qualsiasi luogo, passare da un lavoro temporaneo all’altro, formare legami effimeri con persone come lui e quindi vivere totalmente decontestualizzato. Egli si crede unico, perché è solo, ma in effetti non è che un elemento di una produzione in serie di individui che consumano le stesse cose, mangiano ovunque gli stessi cibi (anch’essi globalizzati), ascoltano la stessa musica ed in generale sono i perfetti fruitori delle produzioni seriali a loro dedicate. Ma questo credersi unici è fondamentale per l’autostima: da qui tutte le pubblicità che insistono sulla diversità, addirittura sulla ribellione del consumatore, che si attuerebbe paradossalmente comprando un auto o usando un profumo, fatti in serie, ma, a sentire gli slogan, per anticonformisti e spiriti liberi. Questa evidente contraddizione dell’essere diverso attraverso l’uso di prodotti seriali non viene colta dal consumatore globalizzato, né d’altra parte egli percepisce il contrasto fra il prodotto industriale e la comunicazione pubblicitaria dello stesso, tutto a base di “come fatto in casa”, “come lo faresti tu” o “buono come si faceva una volta”, evidentemente assurda ed evocante un mitico passato (la fanciullezza del consumatore) di bontà e genuinità del tutto artefatto, ovvero di riferimenti anche visivi a campagne mitizzate e famiglie del tutto irreali nel loro vivere a contatto con la natura, con un accostamento suggestivo fra queste immagini ed il prodotto industriale.

La seconda problematica attiene alla efficienza e si sostanzia nel paradosso, da me evidenziato tempo fa in un articolo sul blog Democrazia e Sovranità, della “troppa informazione”: grazie alle tecnologie digitali e alla rete, abbiamo cento volte più informazioni potenzialmente a disposizione, ma la capacità umana di acquisizione, che deriva dai limiti fisiologici della nostra “macchina lenta”, è rimasta pressoché la stessa. La conseguenza è che, per pura difesa, lasciamo che questa enorme massa di informazione ci scivoli addosso, come la pioggia su un impermeabile, senza poter o voler fare una cernita ragionata di quanto ci viene raccontato, con il risultato paradossale di avere meno senso critico adesso di quando l’informazione scarseggiava e poteva essere gestita. Questo ci pone più indifesi nei confronti delle narrazioni che provengono da fonti considerate genericamente “autorevoli” come i telegiornali: non avendo né tempo, né voglia di acquisire autonomamente le informazioni, cosa che implicherebbe fare una valutazione e scelta critica della massa indistinta di dati reperibili aliunde, diamo per buone le costruzioni dei fatti che ci vengono fornite, oltretutto supportate da immagini in diretta e dal vivo che danno l’illusione dell’oggettività delle stesse, come se la televisione fosse l’occhio di Dio che tutto oggettivamente vede, e non un mezzo necessariamente parziale che mostra solo quello che vuol mostrare, con un montaggio che di per sé è un’interpretazione del fatto ripreso.

Da queste problematiche derivano aspetti molto inquietanti che hanno a che fare con la qualità della democrazia.

La distruzione di un tessuto sociale radicato in un territorio comporta infatti anche la scomparsa o l’impossibilità del formarsi di una coscienza storica e quindi di una base critica per valutare l’operato della politica, anzi di avere un’idea politica tout court. Qualsiasi affermazione di voler agire perseguendo un certo interesse da parte delle élite e la stessa edificazione di un modello di riferimento economico-sociale, se ben propagandati attraverso la suggestione della loro “modernità”, sono accettati acriticamente dall’uomo globalizzato, perché gli manca il tempo della riflessione e la base territoriale-sociale, quale luogo della riflessione e della memoria storica. La politica quindi può e anzi deve far a meno di ragionamenti complessi, atti a convincere, ma deve basarsi esclusivamente su slogan e frasi a effetto, tipiche della comunicazione pubblicitaria, l’unico background (ri)conosciuto e la sola weltanschauung del homo novus globalizato. I luoghi e i tempi sono quelli della televisione, i tempi ristretti dei talk show delle interviste volanti, non più quelli ponderati dei luoghi ufficiali. La democrazia diventa telecrazia e gli effetti sono la personalizzazione del partito sul suo front man e l’esasperazione dell’announcement effect e le discussioni ad esso relative in ogni campo, non solo economico che sostituiscono le comunicazioni istituzionali.

In questo sistema assume un’importanza fondamentale la qualità dell’informazione: se infatti la politica si svolge prevalentemente all’interno dei media, la correttezza nel riportare il messaggio politico diventa la sua qualità. Se il messaggio viene distorto, allora l’azione politica stessa ne risulta alterata nella percezione del cittadino. La democrazia, intesa come corretta dialettica politica al fine di raggiungere una consapevolezza che si tramuta in voto, è quindi nelle mani dei mezzi di informazione, molto più che nei tempi passati. Ma la democrazia ha bisogno di tempo: solo con il tempo vi è la possibilità di elaborare un pensiero, formare una sintesi fra le diverse posizioni e arrivare a un’azione condivisa e questo è incompatibile con i tempi dell’informazione. La ricerca costante della notizia e la tempestività nel porla sono infatti i caposaldi per la sopravvivenza di chiunque operi nei media: i giornali di oggi sono l’incarto del pesce di domani e il TG dell’ora di pranzo è già storia vecchia all’ora di cena. Oltretutto ogni giorno vanno riempite delle pagine e va formato un palinsesto. E allora se non c’è la notizia essa va creata, attraverso esasperazioni di fatti e dichiarazioni o, ancor peggio, attraverso un lavoro di taglio selettivo che metta in evidenza l’aspetto “spettacolare” della notizia o lo crei dal nulla. Tanto meglio se il diretto interessato smentisce quanto ricostruito dai media: come sa chiunque lavori nell’informazione “una smentita è una notizia data due volte”, quindi permette di sfruttarne il contenuto più a lungo.

Ma occorre chiedersi: questa “spettacolarizzazione” della realtà, questo avere i fatti narrati e presentati da un “circo mediatico” che cerca solo l’audience, che effetto ha sulla realtà stessa? Esiste un rischio feedback, o addirittura un problema di self-fulfilling expectations? La risposta è sì.

Come illustrato recentemente in un magistrale intervento a Pescara da Claudio Borghi, esiste un problema, dato anche qui dal totem dell’efficienza, nei mercati finanziari. La necessità degli operatori di reagire immediatamente alle notizie che hanno impatto sull’andamento dei titoli, per guadagnarci o per limare le perdite ed il fatto che spesso ormai le decisioni di acquisto o vendita sono gestiti automaticamente da algoritmi, al verificarsi di certe condizioni, crea un “effetto annuncio” che si somma a un “effetto valanga”. Spiego meglio. Se al terminale degli operatori finanziari arriva una notizia di agenzia che può sconvolgere i corsi di alcuni titoli sorgono due problemi: il primo è che non è possibile verificarla (non c’è tempo) il secondo è che sono costretti a reagire (non c’è tempo). Questo è quello che viene definito il “nervosismo” dei mercati: non è emotività vera e propria, è solo l’applicazione del principio stimolo/reazione, quello che negli essere viventi chiamiamo istinto. Possiamo quindi dire che i mercati, come gli animali, per sopravvivere si basano esclusivamente su una specie di istinto e non a caso Keynes parlava di “animal spirits” riferendosi agli operatori dei mercati economici (anche se il termine era riferito ad altro aspetto).

La notizia quindi viene processata immediatamente, vera o falsa che sia, e, in determinate condizioni, innesca un “effetto valanga” dato dall’uniformità di comportamento dei singoli operatori e dal moltiplicarsi dei comportamenti conformi successivi, basati non sulla notizia originaria, ma sul trend da essa causato.

Se la notizia è vera la questione finisce qui (e non è poco), ma se la notizia è addirittura falsa? La successiva smentita, specie se tempestiva, porta a un movimento contrario e potrebbe anche arrivare ad azzerare gli effetti avuti in precedenza, riportando il corso dei titoli alla posizione originaria. Anche se ciò accadesse però, resterebbero degli effetti: se il titolo oggetto del movimento è un’azione non è detto che chi ha venduto ha successivamente ricomprato o viceversa. Un certo spostamento di ricchezza è comunque avvenuto e in ogni caso la reputazione dell’emittente è stata scalfitta. Ciò appare ancora più grave se il titolo era un’obbligazione sovrana: il movimento in sé, l’oscillazione, specie se violenta di un’obbligazione che basa il suo valore sulla stabilità e sulla fiducia in essa dei possessori, porta automaticamente ha un aumento della valutazione di rischiosità del titolo, quindi a un aumento dello spread fra esso e il titolo di riferimento (in UE il Bund tedesco) che si traduce in maggior interessi richiesti dagli investitori per acquistarlo. Il danno quindi c’è e persiste, anche se il movimento opposto ha riportato il valore a quello precedente alla notizia falsa.

In tempi accelerati quindi l’informazione diventa essa stessa fatto, capace di creare nella realtà quella situazione da essa paventata, con un effetto auto-avverante. L’efficienza diventa un problema e un rischio e il mondo che ruota attorno a essa mostra i suoi limiti. Ma il problema più grave è un altro: un mondo basato sull’efficienza, non solo crea una distorsione nel processo di formazione del convincimento democratico, come abbiamo visto, ma, in maniera più drastica è incompatibile con l’esercizio tecnico-istituzionale della democrazia.

Si può dire con termine matematico che il rapporto fra efficienza e procedimento democratico è inversamente proporzionale: più l’istituzione è efficiente, meno è democratica. In ambito governativo, ad esempio, si raggiunge la massima efficienza con la decisione non contestabile del singolo, ovvero con la dittatura, che è il grado zero della democrazia. Qualsiasi slittamento verso una maggiore collegialità e confronto aumenta il tasso di democrazia, ma diminuisce l’efficienza.

Ciò vale anche per l’attività legislativa: più un parlamento è efficiente, meno è democratico. Se, come si voleva con la riforma costituzionale, fortunatamente bocciata, si contingentano i tempi di discussione e approvazione dei provvedimenti legislativi, si ha un vulnus democratico. La democrazia è confronto, discussione al fine dell’elaborazione di una sintesi fra posizioni diverse e ogni voce rappresentata in Parlamento deve poter dire la sua. Ciò non significa che debba essere giustificato il comportamento dilatorio e ostruzionistico, anzi paradossalmente esso – che i detrattori del sistema democratico parlamentare prendono ad esempio dell’inefficienza del Parlamento – nasce proprio come patologia della democrazia, quando non si dà la possibilità di discutere pienamente. L’ostruzionismo è l’extrema ratio con cui si cerca di contrastare una mancanza di vero confronto all’interno del consesso. Se il Parlamento non produce leggi da esso pensate, ma diventa una fabbrica di approvazione di provvedimenti governativi o peggio aliunde formati e sottoposti al frettoloso e formale esame, allora l’iter di promulgazione diventa solo un vuoto rituale e anche le opposizioni si appiattiscono in altrettanto vuoti espedienti, come la proposizione di migliaia di emendamenti o gli interventi-fiume in aula, una penosa pantomima del corretto rapporto dialettico che dovrebbe esserci in una sana democrazia. Naturalmente e di conseguenza, quando si assiste a questo inutile balletto, dall’esito tristemente scontato, allora la reazione è quella di voler dare un taglio al procedimento e ai suoi interpreti: da qui le richieste di velocizzazione dell’iter legislativo e la richiesta di snellimento del numero dei parlamentari, periodicamente avanzata dall’opinione pubblica.

Chiunque promuova questo tipo di riforme ha uno scopo ben preciso: togliere contenuto alla democrazia e quindi alla sovranità legislativa dell’Italia. Chi sostiene la necessità di cessioni di sovranità alla UE, vuole un parlamento-fabbrica, un “promulghificio”, una mera cinghia di trasmissione delle decisioni prese in altri e più oscuri consessi. In questa ottica il Governo non governa, ma amministra, è solo il recettore degli input della Commissione, con il compito di trasformare i desiderata dei commissari europei in proposte di legge e vegliare sulla loro applicazione. Anche il fatto che i parlamentari siano ogni giorno sommersi da provvedimenti da esaminare, studiare e valutare, sempre di matrice europea è solo un espediente per togliere loro ogni potere democratico: voi pensate veramente che l’Europa sia interessata a regolare ogni minuzia dell’attività economica e sociale con provvedimenti che spiccano per la loro prolissità, contorsione sintattica e verbale e ridondanza, tale da portarli alle decine di pagine di articoli, per lo più inutili? O non è altro che un tentativo (riuscito) di fiancare ogni resistenza anche nel più scrupoloso parlamentare e, magari, far passare norme ben nascoste all’interno dagli effetti dirompenti e pregiudizievoli, unico vero scopo della legge, senza che su di esso si discuta in maniera compiuta e democratica?

Anche il sistema elettorale perde democrazia, se pressato nei modi e nei tempi perché si vuole subito un governo efficiente e si vogliono meno partiti, per evitare il “ricatto delle minoranze”. Si è riuscito a far passare il messaggio “moderno” che l’ideale sono due, tre partiti e che la perfetta democrazia consisterebbe nel fatto che uno di essi DA SOLO raggiungesse il 50%+1 dei seggi per poter governare e applicare integralmente il suo programma.

Per rincorrere il mito della velocità, dell’efficienza e della produttività abbiamo perso qualsiasi concetto di vera democrazia e abbiamo traslato le dubbie virtù del libero mercato economico in ambito istituzionale. Come lì la naturale spinta è quella alla concentrazione nelle mani di pochi decisori e l’espulsione dei piccoli produttori che non possono reggere la concorrenza, nella politica la spinta è la concentrazione in pochi grandi partiti che possono influire e l’espulsione dei piccoli, portatori di voci diverse presenti nella società, incapaci di reggere alle barriere e ai costi organizzativi e materiali per accedere al Parlamento.

Occorre liberarsi del mito della velocità per riacquisire il tempo corretto all’esercizio della democrazia, per ricollocare l’uomo in un contesto sociale, per conservare la cultura di un popolo, per combattere l’omologazione e l’atomizzazione dell’individuo, per combattere soprattutto il suo diventare contemporaneamente consumatore e merce per il consumo degli altri, che è l’unica cifra culturale della globalizzazione capitalista e mercatista. Per farlo bisogna mettere in crisi un sistema di valori liberisti, già bocciati dai nostri Costituenti, e recuperare la visione socialista democratica che permea la nostra Carta. E’ un lavoro duro, perché, grazie al predominio culturale e visuale anglosassone, siamo diventati a nostra insaputa dei sostenitori del capitalismo di matrice calvinista, quindi in definitiva dei darwinisti sociali, ciascuno con il pensiero di poter essere dalla parte della specie vincente se compete duramente, fino a che non ci si accorge troppo tardi che i veri vincitori sono già stabiliti e essi non competono…

Luigi Pecchioli @lupecchioli 

guarda la sua intervista sul canale You Tube di Radio Meglio di Niente

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