Il calcio dei buoni

Tolleranza zedda, quello che Heriberto non disse.

Ancora una volta si vuole puntare l’indice sul popolo, in questo caso delle curve, l’unica parte ancora umana di uno sport, il calcio, che vogliono trasformare in spettacolo elitario per soli benestanti e benpensanti.

Un calcio dove tutto deve essere luccicante e perfetto non può andar bene con “il popolo degli sdentati”, quello al quale in molti vorrebbero togliere persino il diritto di voto, anche perché osa votare con la sua testa.

Quel popolo che in curva urla sfottò e offese viene definito razzista, proprio da chi continua a teorizzare che le razze non esistono, si sa, le contraddizioni alimentano il vivere civile.

È un popolo che urla ogni nefandezza in ogni stadio, ovviamente l’intellettuale giornalista o opinionista strumentalizza con accenni più o meno ampi a seconda della latitudine del fenomeno. Un moralizzatore a lati alterni.

Nessuno sentirebbe oltremodo le offese e le provocazioni da stadio, che tanto scandalizzano i buoni, niente paura, ci pensano i media a farvi riascoltare i cori, in maniera che la volta successiva le offese siano ancora più gravi.

Questa escalation viene stigmatizzata proprio da chi la provoca, tanto il capro espiatorio è sempre il popolo riottoso.

I giudici sportivi emettono le loro sentenze, ma i buoni hanno già condannato, e stranamente questa sembra una giustizia alla quale non si deve ricorrere, specie se il reato è così grave da puzzare di popolo alitoso.

La retorica moralizzante si alterna al consiglio disinteressato. Sono tutti d’accordo quel popolo va eliminato.

(Heriberto Herrera)

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