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La disfatta del Wanda Metropolitano dice tutto sulla Juventus di Massimiliano Allegri

Ieri, presso lo stadio Wanda Metropolitano della Madrid sponda colchonera, è andata in scena quella che, alla luce dell’importanza del match ma anche del contesto nel quale si presentava, è considerabile come la serata più triste della storia della Juventus di Massimiliano Allegri. Un’esecuzione sportiva e mentale, più di Berlino, più di Monaco di Baviera, più di Cardiff e più del 3-0 del Real allo Stadium. Tuttavia, il tecnico livornese ha sempre abituato il popolo juventino a grandi disfatte europee e, con quella di ieri, ha semplicemente aggiunto un dito che ha completato la sua “manita” a tinte bianconere. Non si può essere sportivi se non si prende in considerazione l’idea di poter subire una sconfitta ma, se quest’ultima è umiliante come quella che ha rifilato l’Atletico Madrid a Madama, allora è il caso di puntare il dito contro i responsabili, non ricorrendo ad inutili richiami ma a drastiche prese di posizione.

Allegri ha definitivamente perso una reputazione che non ha mai avuto.

Perché continuare a nascondere l’incapacità dell’allenatore di creare un’idea di gioco che permetta di imporsi sull’avversario? Mentalità che, tra l’altro, è stata alla base dei successi dei grandi club leggendari come l’Ajax di Kovacs, il Milan di Sacchi, il Barcellona di Guardiola ed il Real di Zidane, squadre e tecnici dai quali ogni allenatore dovrebbe prendere tanti appunti. Discorso che non vale per Allegri, che dell’1-0 più gestione ha fatto, nella stagione attuale, una costante formidabile, e quando nelle interviste gli vien fatto presente come questa lacuna possa essere compromettente, egli contesta anziché prendere atto, abbandonando i microfoni come attestato di incapacità nel saper affrontare un discorso sul calcio. Tuttavia, non sempre si può passare in vantaggio per primi e, quando l’avversario inserisce per primo la marcia -come a Berna a dicembre, così come a Berlino, Cardiff e ieri- la Juventus entra in bambola, mostrando a tutti come non sappia quali pesci pigliare. Fattore evidente a tutti, ma denunciato da pochi, persino dalla qualificata stampa nazionale la quale, omertosa di fronte all’argomento, preferisce polemizzare sull’esultanza calorosa del Cholo Simeone, ignorando la messinscena alla Busquets di Bonucci sul gol dell’1-0 dell’Atletico. Ma, se manca il gioco -che non si dica che Simeone non abbia gioco, difendere e ripartire rappresenta almeno un’idea di calcio- e la mentalità, quantomeno in campo devono andare i migliori. Giocare con Cancelo titolare fino a novembre non era solo usufruire di un uomo di grande qualità, ma anche dare un messaggio di voglia, coraggio, pazzia e di spinta. La Juventus del 3-1 casalingo contro il Napoli, e delle vittorie del Mestalla e dell’Old Trafford ha fatto ben sperare a chi, fino ad allora, notava come questa squadra sembrava avesse fatto un upgrade mentale che la facesse avvicinare alla mentalità europea vincente, alla quale il Conte Max alla fine risulta piuttosto allergico. Invece la paura e la prudenza al solito hanno giocato al posto della Juventus, che è uscita dal Wanda con fratture scomposte multiple. I problemi questa squadra li ha, inutile nasconderlo, ma occorreva una disfatta simile per notarlo?
Come direbbe l’ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff: “Navi di legno comandate da uomini con la testa di ferro hanno sconfitto navi di ferro comandate da uomini con la testa di legno”

Chissà che Vidal, Pogba, Morata, Dani Alves – tutti gestiti dall’ammiraglio con la testa di legno durante le sue sciagure europee- abbiano preso le distanze da Torino proprio per questo? Chissà che alla lista non si aggiunga ben presto qualcun altro?

La gestione del centrocampo e di Cristiano Ronaldo

Il vero merito della società sta nell’aver comprato CR7 che, oltre ad aver responsabilizzato la società in termini di risultati ed obiettivi, ha permesso di inaugurare un patto Champions League all’interno dello spogliatoio, facendo sì che molti giocatori scontenti -Dybala, Pjanic, Alex Sandro- rimanessero per fallire questa missione. La società ha investito per il portoghese 117 milioni più 120 di ingaggio in quattro anni, per un totale di 237 milioni. Un vero e proprio all-in offensivo, prendendo il giocatore migliore al mondo, tra l’altro al grande Real Madrid vincitore di quattro Champions negli ultimi cinque anni. Da centravanti puro con la maglia delle merengues, è ritornato nel vecchio ruolo di ala sinistra, ruolo dispendiosissimo per uno che, pur avendo un’età biologica di un ventenne, ha sempre le ginocchia di un trentaquattrenne. Il pentapallone d’oro è passato dall’essere uno spietato finalizzatore ad un tornante da un gol a partita, che ha fallito nella competizione per la quale è stato acquistato -nasconderlo sarebbe in malafede-. Chiedersi se, senza i suoi gol in campionato sempre decisivi, la Juventus che tanta paura faceva a tutti secondo i giornali, potesse perdere anche la Serie A, oltre che la coppa Italia?

Tuttavia, così facendo, la dirigenza ha chiuso le porte ad ogni giocatore in entrata -eccezion fatta per Bonucci, arrivato in uno scambio alla pari con Caldara- mantenendo, per tre poltrone a centrocampo, solo cinque carte, due di queste l’immaturo ma promettente e non tutelato Bentancur, e il ricoverato Sami Khedira. Ramsey arriverà a luglio, ma spendere quei 12 milioni in più subito per arricchire il centrocampo di un ulteriore tassello qualitativo come lui era una cattiva idea?

Nonostante ciò, la squadra presenta un tasso tecnico invidiabile ed un potenziale offensivo mostruoso. Ma l’età avanza, i giocatori migliori in prospettiva vanno al Barcellona e al Real Madrid, il rischio che questo quinquennio, oltre a quello della Juventus euro-perdente, sia ricordato come un periodo di futuri rimpianti, è enorme

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