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LA JUNGLA RACCONTATA DA PASK PASELLA Intervista al cantautore milanese

Intervista di Riccardo Gramazio

Natale. Giorni di festa, di regali e di tante belle luci colorate. E giorni di abbuffate, ovviamente. Con la pancia piena esco a fumare una sigaretta. Lancio un’occhiata alla casella di posta e noto qualcosa. Non è una bolletta. Sembra… sì, sembra un disco. Non aspetto nulla! Apro, estraggo e, sorpresa. Senza alcun preavviso il mio vecchio amico Pask Pasella mi ha regalato una copia del suo ultimo lavoro, Jungla (degli uomini). Con l’EP in mano, rientro in casa. Prendo subito il telefono e lo contatto: «Perché non mi hai citofonato? Potevamo bere qualcosa insieme.»
«Ero di passaggio e avevo in macchina il disco. E lo sai, a me non piace rompere le scatole, sono anche giorni di festa…»
Ora, dopo questa simpatica storiella, sono pronto a fargli qualche domanda. Voglio chiedergli qualcosa sul disco e presentarlo ai lettori di MDN. So che è pochino incazzato con me perché non ho ancora dato il mio giudizio. Capisco, ma io non amo i commenti a caldo. Preferisco analizzare con calma le produzioni prima di espormi davvero. E sono certo che, a fine intervista, avrò senza dubbio le idee più chiare.

-Eccoci, Pask. E’ sempre un piacere chiacchierare con te. Ci conosciamo da una vita, ma non smettiamo mai di scoprire cose nuove l’uno dell’altro. Per esempio, il tuo ultimo EP, Jungla (degli Uomini) sembra quasi firmato da un autore diverso. Ho notato qualche novità. Cosa puoi dirmi?

Ciao, Ricky. Colgo l’occasione per salutare lo staff di MDN e, anche se in ritardo, per augurare un buon anno. Hai ricevuto il mio lavoro in anteprima e affermi di aver ascoltato un Pask diverso. Non so se ti riferisci alla musica o ai testi, ma onestamente non mi vedo così differente. Ho ripescato un paio di brani dal cassetto di quello che io chiamo “il mio periodo d’oro” e, di fatto, il mio tiro è il solito. Chiaro, cerco sempre un’evoluzione, ma onestamente i brani di questo EP non stonerebbero all’interno dei precedenti dischi. Insomma, sono rimasto un po’ sulla stessa onda.
Strutturalmente l’approccio è stato lo stesso. Non ci sono sintetizzatori, non c’è elettronica e gli strumenti sono tutti suonati alla vecchia maniera. Forse la novità è data dal fatto che almeno un paio di canzoni sono capaci di farti ballare, saltare. Una cosa che non mi era mai riuscita prima e che ritengo positiva.

-Chi ha lavorato con te in fase di produzione?

Se possibile, cerco sempre di cambiare produttori a prescindere dal risultato finale o dai rapporti instaurati. Mi presento in studio con un’idea precisa e che difficilmente cambio. La differenza sostanziale tra i produttori sta nei vari tocchi, nella mano. Loro sono un po’ degli artigiani. Per questo disco mi sono affidato a Giovanni Ghioldi, un giovane polistrumentista milanese, con diverse collaborazioni e un’intensa attività live, anche internazionale. Lo saluto e lo raccomando ai musicisti.

-Hai aperto le danze con Appartenenza inutile, una canzone che è piaciuta molto, ma che qualcuno ha anche mal interpretato. Noi cantautori non amiamo spiegare le cose, lo so bene. Tuttavia, in questo caso, sentiti obbligato…

Appartenenza Inutile è un invito a remare contro chi cerca di denigrare, di catalogare e di suddividere la musica per generi. Io preferisco suddividerla per emozioni…
Per la realizzazione vera e propria, cito ancora Ghioldi che mi ha aiutato con le chitarre e con i cori, dato che è anche un insegnante di canto.

-Ripercorriamo un po’ la tua storia. Quanto materiale hai prodotto fino a oggi? Sei legato a un momento preciso?

Il primo pezzo della mia discografia è arrivato nel 2005, se non erro, con l’EP Full Circle Hotel, prodotto da Sandro Verde, tastierista degli 883 e che vedeva Maurizio Lorenzi dei Mary Quant al basso. Disco ormai quasi irreperibile. Andando avanti, Tempo di rock in un posto difficile, 2007, prodotto da Oscar Palma, un lavoro da band, provato, suonato in sala prove e alla fine inciso. All’interno Cose Strane, più cantautorale, ma anche Eterna Stagione o Fottimi L’Aria. Successivamente Ayianapa Snake, progetto maturo e ambizioso, affidato a un gigante come Pat Matrone. Credo che quello sia il mio miglior lavoro, singoli, ma anche sperimentazione. Una pausa di riflessione poi, qualche esibizione in acustico e i problemi della vita da affrontare. Il disco della mia rinascita è stato Pareti Ruvide del 2019, a mio avviso un grande disco, una sorta di Pask 2.0. E’ disponibile ovunque in digitale. Jungla è un po’ una costola di quell’album. Ho sentito il bisogno di pubblicare subito il materiale e, di conseguenza, ho scelto il formato EP.

-Giochino intrigante, ora. Dobbiamo compilare la tracklist del tuo Greatest Hits. Cosa ci buttiamo dentro?

Fuori, Il guardiano, Piazza Illusi, 99 Centesimi, Anfetaminica, Lontana dei Km, Mojo Risin, Jungla, Scende, Appartenenza Inutile e Respiri solo. (In giro per la rete trovate un po’ tutto N.d.A.)

-E un pezzo che non ami ricordare? Dai, lo so, tutti noi musicisti ne abbiamo uno! Che poi, magari, è proprio quello più amato dal pubblico.

Un pezzo che non amo ricordare è Un altra età. Ancora non ho capito se si parla di una grande canzone o di una grande cagata. Ai tempi però la suonavo parecchio e mi divertivo.

-Parliamo delle tue influenze musicali.

Sono cresciuto con i cantautori e con il rock italiano, ma anche con le grandi band internazionali. Ho ascoltato di tutto, dal pop al metal.

-Il disco che ti ha illuminato?

Oasis, (What’s the Story) Morning Glory? Un album con dieci ritornelli da stadio di fila non l’ho più risentito.

-Musica in Italia. Senza censure, intesi?

Forse sono vecchio e non capisco le nuove sonorità trap, ma ammetto che non fanno per me. Comunque bbiamo capito un po’ tutti che chi parte dall’autoproduzione, nell’underground, fa molta fatica ad emergere. Io non mi sento di crocifiggere i talent, in fondo sono uno show televisivo. Chi ha talento può anche partecipare.

-Cosa possiamo fare per migliorare le cose?

Non mi sento di dare consigli per provare a salvare qualcosa che ormai è alla deriva. Bisogna solo portare avanti con passione i progetti e cercare di uscire sempre con cose credibili, in grado di soddisfare sé stessi. Oggi tutti possono incidere le proprie cose e tutti pensano di rientrare nella musica, di far parte di questo grande meccanismo della discografia italiana. Chiunque può registrare una canzone a casa e sentirsi il nuovo De Gregori. Fare tutto con serietà, affidandosi ai professionisti è una buona scelta.

-Le tue canzoni spesso e volentieri attaccano il sistema, non proprio con toni forti e spietati, sia chiaro, ma la rabbia non manca. Cosa ti fa incazzare del mondo?

L’incazzatura va a periodi. Quello che però mi fa girare le palle è l’invidia della gente… sì, e mi fa incazzare la giungla di mondo in cui viviamo. E lo dico appunto in Jungla.

-Progetti futuri?

Suonare, suonare e suonare. Sto studiando con la band la scaletta, miscelando le canzoni di tutti i miei album, e voglio un 2020 di concerti. Ok, lo smartphone, ma è bello guardare in faccia la gente. Sappiamo però che cantautori e proposte inedite trovano spesso le porte chiuse. Noi ci proviamo…

-Saluta i lettori di MDN o, se preferisci, manda qualcuno a farsi benedire…

Saluto la redazione di MDN. Ringrazio tutti. E mando a benedire te, che non mi hai dato il commento a caldo personale…

Pask Pasella su Facebook : https://www.facebook.com/paskproject/

Pask Pasella su YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=2-alEIXgW18

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