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La vince solamente chi azzarda

Si avvicina il penultimo atto della competizione calcistica più bella, difficile, imprevedibile ed affascinante del mondo, con l’Ajax di Erik Ten Hag che stasera affronterà il casa il Tottenham di Pochettino e, a meno di clamorosi suicidi, andrà il 1 giugno al Wanda Metropolitano di Madrid, per contendere al Liverpool la vittoria della coppa dalle grandi orecchie. Proprio ieri, lo scacchiere di Jurgen Klopp si è reso protagonista di un’impresa leggendaria, rimontando l’immeritato 3-0 subito al Camp Nou contro il Barcellona, con un poker firmato dalle doppiette di Wijnaldum e Divock Origi, che hanno mandato i Reds in paradiso, e i blaugrana all’inferno. Roba che può succedere solo ad Anfield.
Tuttavia, a meno di un mese alla finale della UEFA Champions League, pure in questa stagione è emersa quella che è l’ormai indiscutibile strada da percorrere per aggiudicarsi il tanto ambito trofeo: vincere segnando un gol in più dell’avversario. Una frase dalla semplicità solo apparente, uno stile di intendere il calcio di cui hanno goduto le squadre che hanno fatto la storia di questo sport, dal Real Madrid al Barcellona, passando dal Liverpool al Bayern Munchen, fino all’Ajax di Yohann Cruijff, inventore del totaalvoetball, anche se quella è un’altra storia. Come in tutte le più belle favole, anche in questa competizione vi è una morale, che sostiene come la sfumatura propositiva del calcio sia quella che, alla lunga, porti sempre al raggiungimento dell’ambito traguardo.
Attenzione, non si parla di estetismo agonistico, che poi diventa fine a se stesso se la palla non oltrepassa la linea di porta, requisito fondamentale della disciplina da quando essa esiste. Si tratta di far prevalere la voglia e la determinazione di timbrare il cartellino, a discapito dell’ottusa paura di subire. Un tipo di calcio pro-attivo, la cui priorità ad una cura maniacale della fase offensiva si rivela l’arma vincente ai fini della conquista del trofeo. Un dato statistico che conferma la sopracitata tesi è come, negli ultimi dieci anni, la squadra Campione d’Europa abbia goduto, otto volte su dieci, di un attacco presente almeno nella top-three di ogni competizione. Insomma, la Champions League non è e non può più essere la manifestazione dove può prevalere (almeno dalla fase ad eliminazione diretta, dove ci si gioca il tutto per tutto) la mentalità della gestione dei momenti della partita, perché ogni minuto è vita in Europa, e non sfruttare il tempo a proprio vantaggio può essere un suicidio.
L’esempio più lampante si è verificato nell’edizione 2017-2018 quando, nel match valevole per il ritorno dei quarti di finale tra la Juventus ed il Real Madrid, i bianconeri in trasferta riacciuffano al 60′ con Blaise Matuidi lo 0-3 subito dai blancos a Torino. Da quel momento della partita, gli allora vice-campioni gestirono il match saturando le proposizioni verso la porta di Keylor Navas, fino ad essere clamorosamente beffati nei minuti finali da una sponda di Cristiano Ronaldo, che casualmente pesca Vasquez in area il quale, steso da Mehdi Benatia, si procura il rigore più sanguinoso della storia della Champions, segnato infine da CR7. L’importanza dei minuti di gioco passa anche dall’essenza spesso episodica di cui è caratterizzato questo sport, talvolta molto crudele.
Discorso radicalmente opposto per il Liverpool di Jurgen Klopp, che ieri, una volta raggiunto il Barcellona sul 3-0, valevole per il complessivo bilancio di 3-3, ha continuato ad osare, trovando il 4-0, e cercando in maniera commovente ed eroica persino il quinto sigillo. Missione compiuta altrettanto compiuta dai ragazzini di Erik Ten Hag i quali, dopo essersi trovati sotto per 1-2 nel match casalingo contro il Real Madrid, hanno ribaltato la natura del match al Bernabeu, con un sonoro 4-1, andando persino oltre il raggiungimento del compito. Il match odierno della Yohann Cruijff Arena vede i lancieri di Amsterdam con la ghiotta occasione di raggiungere una finale della massima competizione europea dopo 23 anni, approfittando della vittoria per 1-0 al Tottenham Stadium.
Ventiquattro giorni alla fine del torneo più affascinante del mondo, che anche quest’anno ribadisce l’importanza della legge del gol e delle idee, e inoltre, per la prima volta dopo cinque anni, una finale di UEFA Champions League non potrà godere della presenza di Cristiano Ronaldo e di Lionel Messi, i due più grandi calciatori che abbiano mai calpestato un rettangolo di gioco. Con le dovute scuse a Lele Adani, perché infondo un’ulteriore verità è come i grandi giocatori non vincano sempre da soli le partite che contano.

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