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L’INIZIO DI TUTTO Intervista a Matteo Kabra, voce dei Sesto Elemento

 

Intervista di Riccardo Rage Gramazio

 

La storia dei Sesto Elemento è lunga, davvero, ma in fondo piuttosto semplice. Passione, entusiasmo e onestà sintetizzano al meglio la filosofia di una band libera, libera come si deve, e sicuramente esemplare per molti aspetti. Ci racconta tutto un ottimo artista, Matteo Kabra, rocker di classe oltre che voce del gruppo. Sì, voglia di parlare ne ha molta…

Partiamo subito con quella che è, a mio avviso, la domanda più difficile per tutti. Chi sto intervistando?

Quando qualcuno mi chiede di parlare di me solitamente lo invito ad ascoltare le mie canzoni, perché è dentro quel recinto che – se a qualcuno interessa davvero sapere chi è Matteo Lorenzi alias Kabra – può trovare ogni risposta. Ho un approccio marcatamente intimista e introiettato, reputo poco interessante (oltre che estremamente difficoltoso) il descrivermi, il provare a darmi una forma in maniera esplicita. Sono un involucro abbastanza ermetico ma c’è una fessura, generosa, da cui sgorga il Kabra più vero e profondo, e questa si concretizza nella mia musica. Ecco Rage, ascoltami e sicuramente capirai chi stai intervistando.

Come è nato l’amore per la musica?

Potrei parlarti dell’imprinting familiare, della predisposizione a fare musica dei miei fratelli e cugini, di mio padre musicista e direttore di coro. Potrei e lo sto facendo, ci ho sguazzato dentro da sempre. Ma la realtà è che più che un amore la musica è sempre stata una necessità. Fisica e mentale. Al tempo stesso è sempre stata una guerra contro i miei limiti. La musica è sempre stata lì alla portata ma mai sono riuscito a raggiungerla come avrei voluto e tuttora sono volto a cercare un abbraccio totalizzante che possa completarmi. Ad ogni modo non riesco a farne a meno. Percepisco questa necessità quasi bulimica di assumerne e al contempo di “vomitarne” al mondo.

Raccontami la tua esperienza con i Sesto Elemento

Il portale. Quello è stato lo stargate salvifico dove finalmente riuscire ad incanalare la parte più viva e vera di me. Entrare in quel “fottuto garage” (ti cito, ma eravamo davvero in un garage maledetto nei primi anni) è stato un po’ come risalire in superficie e prendere una boccata d’aria e tutt’ora lo è… I Sesto Elemento sono cinque furiosi “cetacei musicali” che vivono la routine, la vita, il lavoro e tutto il resto in una discreta e gioiosa apnea ma non appena vedono la superficie, rappresentata da quell’appuntamento settimanale di prove o concerti, riemergono per fare un respiro enorme che serve per rigenerarsi a lunga gittata. I Sesto Elemento di conseguenza sono diventati il nostro habitat naturale, il nostro mare… Personalmente sono entrato un anno dopo la fondazione (l’unico superstite della formazione originaria è proprio Simone, il bassista e fondatore, 21 anni fa) come tastierista poi, dopo una serie di vicissitudini, sono diventato il cantante e front man. Adesso da quasi 5 anni abbiamo una formazione finalmente stabile e riusciamo a dare corpo in maniera anche più concreta alle nostre idee.

Quanto materiale avete prodotto?

… è chiaro che per “prodotto” tu ti riferisci ad un qualcosa di concreto, ad un disco, ad un ep, ad un singolo… La nostra produzione (e per produzione intendo letteralmente – da dizionario – “dare come frutto, generare, partorire”) è sempre stata molto proficua. Sin dai primi giorni di Sesto Elemento, nell’aprile del 1998, la percezione chiara era quella di avere tra le mani la possibilità, l’occasione, di poter CREARE qualcosa di nostro per poter parlare con la nostra musica ai nostri amici e a chi ci conosceva. La cosa poi si è evoluta negli anni e ci ha portato sempre più a scrivere e arrangiare nostri pezzi. Chiaramente nel primo decennio nessuno si era mai posto il problema di incidere qualcosa e le poche registrazioni che ci sono le abbiamo su musicassetta (eh già…). Poi in un periodo meno luminoso, in cui dopo dieci anni ci eravamo ritrovati solo in tre, avendone il tempo, abbiamo deciso di raccogliere alcune delle nostre canzoni in un disco, per fare una sorta di raccolta e non perderne così traccia. Nel 2009 dunque vide la luce ARIE INSANE, seguito da un album incompleto, registrato ma mai terminato di mixare e mai – per varie vicissitudini – uscito, intitolato SQUAME tra il 2011-2012 (resta traccia nei nostri archivi e con alcune canzoni singole che suonavano già bene così). Poi una volta trovata la “quadra” attuale della band abbiamo prodotto OMBRE RANDAGIE nel 2017 (EP di 6 tracce) e il recentissimo IL FINE È L’INIZIO (2019, EP di 4 brani), forse il primo vero lavoro in cui si sente la mano di tutti gli elementi della band in termini compositivi e di arrangiamento, da Mario e Michele che si intrecciano con le chitarre, a Simone al basso e Daniele alla batteria, che creano il tappeto ritmico perfetto per la mia voce.

A quali brani ti senti più legato? Quelli che probabilmente rappresentano di più la figura di Kabra…

A quale dei tuoi figli sei più legato? Chi preferisci? Mi metti sinceramente in crisi, non si può rispondere ad una domanda così. Una cosa però vorrei che emergesse: con i Sesto Elemento più che la figura di Kabra (per quello ho un’attività cantautorale parallela da solista) esce forte l’urlo e l’anima di tutti e 5, la compattezza… i brani che varcano la soglia della sala prove per fiorire verso l’eterno sono degli embrioni che trovano linfa attraverso gli input, le idee, gli spunti, le influenze di tutti noi messi insieme. A tal proposito ci ha divertito molto inserire nell’EP del 2017 OMBRE RANDAGIE (scaricabile gratuitamente, come tutti i nostri materiali) una sorta di disco parallelo intitolato EMBRIONI RANDAGI in cui compaiono le medesime canzoni, nello stesso ordine ma nella versione “nativa”… quella di poco successiva all’aver visto la luce, così come le ho inviate agli altri ragazzi. Nonostante ci siano strafalcioni, errori e quant’altro ci piaceva l’idea di far capire il percorso che ha un brano e di quanto incida il lavoro che poi facciamo in sala prove, a volte cambiando moltissimo i connotati di un pezzo. Volevamo aprire questa finestra sul nostro “lavoro” in maniera molto limpida e senza troppi fronzoli. Un po’ come siamo noi.

Venite da una cittadina alle porte di Trento, Levico Terme. Un posto troppo tranquillo per proporre rock?

Eh caro Rage, sono tempi duri, durissimi per chi fa musica… e se in Italia le cose non stanno andando granché bene dal punto di vista della gestione del fenomeno musicale, di certo una piccola provincia, e di conseguenza un piccolo paese, non se la stanno cavando molto bene. Non credo sia onesto e corretto focalizzare il discorso sul “tranquillo” o sul “piccolo” per un posto… il problema è ormai legato alla velocità di fruizione del “prodotto musica”. Mi spiego molto meglio con alcuni esempi: quando ero più giovane e usciva un cd mi giocavo buon parte degli introiti messi via a fatica tra paghette e lavoretti per comprarlo… Se non si riusciva ad acquistare ci si faceva fare la copia su musicassetta da qualche amico che lo aveva. Ma era una conquista. Una fottutissima conquista. Si facevano le collette per fare gli ordini su Top Ten o su Nannucci, cataloghi di dischi e cassette che non credo esistano neppure più. Ma era una conquista. E se tu conquisti qualcosa con la fatica poi lo usi fino a consumarlo, lo valorizzi, lo ascolti, lo interiorizzi al massimo delle possibilità. Ecco, un disco veniva assimilato totalmente, canzoni che all’inizio non piacevano diventavano con il tempo magari le predilette e viceversa… il tempo… c’era il tempo di ascoltare. Di goderne. Il web ci ha dato e ci sta dando tantissime opportunità, il problema è che ormai non lo sappiamo più gestire. Forse chi ha sofferto per conquistarsi la musica che amava lo può vivere come un’occasione per recuperare materiale, trovare novità ecc ma le nuove generazioni è normalissimo che non abbiano questa percezione. Non è una loro colpa, anzi, probabilmente in un’ottica postcontemporanea questa velocità di fruizione è un pregio, corrisponde ad una maggiore dinamicità di pensiero, boh. Il vero problema, se lo riportiamo al nostro campo, è che questo porta la musica a non essere più qualcosa da scoprire e da godere sulla pelle ma un semplice clic su spotify che dopo 30 secondi magari tiri avanti per passare ad altro. Oppure sull’uscita di un disco: si ascoltano le anteprime e si comprano solo 2 o 3 canzoni. In un panorama così dinamico, in perenne aggiornamento e pieno di stimoli tutto diventa niente, è inevitabile.

Come descriveresti il momento musicale in Italia?

La musica in Italia è uno spettacolo. Solo che non si sente per radio, non si vede in tv, non si legge sulle riviste. Ma esiste! Chi scava a mani nude nel background sa che c’è un mondo infinito e di livello straordinario nel nostro paese, solo che non viene più promosso o portato al pubblico “medio”; sarebbe troppo faticoso per chi lo fa di lavoro e invece ha la possibilità di avere maggiori ricavi con minore sforzo. Sbagliato? Giusto? non c’è una risposta univoca, va preso atto che questa è la situazione… Si tende sempre a vedere le cose dal proprio punto di vista ma alla fine se ci si mette nei panni di altri si capisce che un discografico deve vivere e fa quello che lo fa guadagnare, il gestore di un locale deve vivere, e fa suonare chi porta gente e fa guadagnare. È il sistema che ha ingranaggi ormai inceppati. In fondo ci si riallaccia a quanto detto prima: se i concertoni che riempiono gli stadi sono ancora quelli di gruppi e cantanti che andavano di moda negli anni 70 o 80 e non di artisti successivi abbiamo un evidente problema. C’è stato un cortocircuito. Se per riempire delle location Renga Pezzali e Nek devono fare un tour insieme, così come Antonacci e la Pausini e come Tozzi e Raf vuol dire che non ci siamo. Sono discorsi non lineari, pieni di curve e dossi, che andrebbero approfonditi e farlo qui è impossibile, riempiremmo pagine e pagine… mal che vada ci scambieremo ore di vocali io e te!

Tornando a parlare di canzoni, come nascono le tue?

Su questa domanda non è facile non essere banali… come nascono… quando la realtà pulsa così forte da generare una spinta eccessiva su di me e sul mio pensiero devo farla uscire da qualche parte. È un po’ come una pentola a pressione… quando accendi il fuoco sotto e comincia ad andare in pressione e fischiare devi per forza abbassare le fiamme e aprire la valvola altrimenti esplode tutto. Ecco, torniamo a quello che si diceva all’inizio… diventa uno stato di necessità, uno sfogo per non impazzire. Per le canzoni dei Sesto ho anche la fortuna di avere spesso input testuali da Simone, il bassista, che ha una scrittura davvero rock, frammentata, a volte violenta e ricchissima di immagini forti che mi occupo di assemblare incanalandola in forme metriche compatibili con quello che poi dovrà diventare il vestito finale. La cosa più bella che sta succedendo negli ultimi tempi, con le nostre canzoni più recenti, è che c’è una evoluzione anche nel tracciare alcune parti musicali in sala prove insieme agli altri e di conseguenza il risultato sta diventando molto più coeso e vissuto da parte di tutti in un’ottica di effettiva scrittura a 10 mani.
Un altro aspetto fondamentale nella nostra scrittura è anche la letteratura… Alcune canzoni sono tributi a romanzi che abbiamo letto, di cui abbiamo discusso, che ci siamo scambiati… Ad esempio “Un bicchiere di vita” prende spunto dal romanzo “A volte ritorno” di John Niven che immagina il ritorno di Gesù in terra dopo qualche secolo e si ritrova in una situazione folle rispetto a quella che ci aveva consegnato. Oppure “Brucia”, una delle canzoni che la gente apprezza di più nel nostro repertorio, che prende vita dall’incredibile romanzo “Despero” di Gianluca Morozzi e che narra le vicissitudini di una rock band e del suo protagonista (Kabra, da lì il mio soprannome….)

Quali artisti hanno particolarmente ispirato il vostro percorso?

L’impronta del gruppo Sesto Elemento è sempre stata quella della tipica matrice rock italiano che negli anni 90 aveva visto un’età particolarmente luminosa nella nostra penisola. Pensiamo ad esempio a gruppi incredibili come Timoria, Litfiba, Ritmo Tribale, Movida, Estra, Rats, Diaframma, i primi Negrita e chi più ne ha più ne metta… Formazioni che riuscivano a far confluire testi densi e clamorosi in un rock melodico che aveva un’impronta e una sua specificità davvero marcata e azzeccata. Peccato aver vissuto poi un declino del rock a mio avviso così ingiustificato… Noi conserviamo sempre la speranza di un ritorno e vedere che la scena comincia a ripopolarsi alla grande con gruppi come Ministri, Cara Calma, Fast Animals and Slow Kids e molti altri ci riempie il cuore di gioia ed è uno stimolo a continuare sulla nostra strada.

So che i Sesto Elemento sono molto legati al concetto di libertà. Appartenete all’universo indipendente e amate profondamente farne parte. Puoi dirci qualcosa a riguardo?

Gaber diceva che “la libertà non è star sopra un albero, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione”. Dunque essere liberi non significa fare necessariamente quello che si vuole, rischi di diventare schiavo di idee ottuse. Te lo dico per esperienza. Se la libertà è appunto “partecipazione” significa che il tuo essere libero deve essere anche rapportato al mondo che ti gira intorno, alle persone, ecc.
C’è stato un periodo in cui eravamo fieri di essere liberi di scegliere il ca**o che ci pareva e continuavamo a testa bassa a proporre concerti di due ore e mezza di sole canzoni nostre. Il risultato? se facevamo due date l’anno e qualche contest ci andava di lusso. E se non veniva ad ascoltarci qualche parente o amico potevamo anche rischiare di suonare davanti a 4-5 persone. Poi ci siamo fermati e abbiamo detto “ma se facessimo anche qualche cover, senza sputtanarci, ma che ci permetta di crescere anche tecnicamente e la contempo di far ascoltare qualcosa che la gente conosce e apprezza e al contempo le alterniamo con qualche canzone nostra?”. Alla fine nudi e crudi contro tutti e tutto rischia di diventare il suicidio delle idee. Se hai la capacità di contestualizzare te stesso in un determinato periodo storico e in un determinato posto hai modo anche di evolverti, altrimenti rischi di fermarti e non ripartire più. Citando i FASK “Per tanti anni pensavo fosse alternativo fare il punk / Ma oggi ho trent’anni, vorrei soltanto dire quello che mi va.” Noi di anni ne abbiamo di più ma mi piace il concetto che alla fine il nostro essere si lega tantissimo a “dove” e “quando” siamo. Aggiungendo cover di rock internazionale e italiano abbiamo ampliato moltissimo in nostro giro e alla fine le nostre canzoni stanno arrivando a molta più gente di quello che mai avremmo potuto pensare: i Sesto Elemento perciò sono arrivati a farsi conoscere nella loro purezza nonostante qualche compromesso.
La libertà dunque può essere un’arma a doppio taglio a seconda di come la si interpreta. Parliamo tantissimo della musica nelle nostre canzoni: in “Siero Nero” immaginavamo un musicista che per fare successo a tutti i costi scendeva a compromessi pesanti rinunciando a se stesso ma poi annullando l’immagine falsa che gli si era creata intorno si scopriva nuovamente uomo “sono qua tra notti di luce, il mio occhio non canta, si incrina a metà. Io non credo in quello che faccio, ho atteso il tuo cenno e quel giorno ho indossato un ruolo e ho iniettato in vena siero nero. Voce, voce più non ho, sangue livido, cola infetto. Luce, luce che non ho, sfascio l’idolo e riscopro me”. Il titolo stesso dell’ultimo EP è una dichiarazione d’intenti giocata sulla parola “fine” intesa come “finalità” oppure “termine” che poi ritorna forte in “L’inizio di tutto”, brano manifesto di un determinato modo di fare e concepire la musica, “Ma in mezzo all’assedio nessuno si alzava, guerrieri di sabbia, brandelli di uomo, ti fotti il cervello ingoiando pastiglie, quel degno rifugio coi denti hai distrutto. Il fine è la fine o l’inizio di tutto, se il fine è la fine sei solo e sconfitto, ma il fine è la fine o l’inizio di tutto io, cenere al vento, mi libererò. Gli occhi che hai non vedono, schiavo di chi neanche lo sai, ridi di me non senti che qui è in libertà la musica”.

Cosa accade quando i Sesto Elemento sono sul palco?

Sono stato fin troppo logorroico nelle risposte precedenti e credo che se qualcuno ha avuto la pazienza di leggerle avrà già la risposta a questa domanda. Ti faccio solo una citazione che riassume un po’ tutto “Il mio mitra è un contrabbasso che ti spara sulla faccia / che ti spara sulla faccia ciò che penso della vita / con il suono delle dita si combatte una battaglia che ci porta sulle strade della gente che sa amare”. Penso non serva neppure aggiungere qualcosa…

 

Alcune canzoni del loro ultimo lavoro

http://www.megliodiniente.com/4525-2/

 

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