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LUNGO IL MISSISSIPPI – I racconti elettrici di Bob Dylan

Articolo di Riccardo Rage Gramazio

A Bob Dylan bastano soltanto sei giorni per dar vita a uno dei dischi più importanti della musica contemporanea, il mitico Highway 61 Revisited del 1965. Il lavoro rappresenta la svolta nella carriera della leggendaria voce di Duluth, Minnesota, il passaggio definitivo alle sonorità rock già presentate con Bringing It All Back Home. Chiariamo subito, la rivoluzione musicale non piace assolutamente ai sostenitori accaniti del folk americano, genere che l’artista nella prima parte della carriera ha letteralmente riscritto, arricchito e riportato in voga. Celebre, per esempio, la dibattuta esibizione al Newport Folk Festival, sempre del‘65. Per l’occasione Dylan, accompagnato dalla band di Paul Butterfield, si presenta sul palco con una chitarra elettrica, suscitando la rabbia e lo sdegno degli spettatori. Questi, perlopiù puristi legati all’aspetto popolare e ballabile della vecchia scuola, obbligano a suon di ostili fischi il cantautore ad abbandonare la scena. I promotori dell’evento riescono tuttavia a rimettere le cose in ordine e a non mandare a rotoli lo spettacolo. Bob Dylan torna sul palco, questa volta però in formato classico, con chitarra acustica e armonica. La rottura con l’universo folk, inutile negarlo, è comunque sancita. Pazienza, perché Highway 61 Revisited è qualcosa di incredibile, di assolutamente nuovo, di rivoluzionario, e non solo per l’amatissimo menestrello d’America. Ma andiamo dritti al punto: sto scrivendo del disco di Like a Rolling Stone, forse l’inno degli inni, un elaborato di oltre venti pagine, concepito durante la stesura del romanzo Tarantula (pubblicato poi nel ‘71), ma riesaminato e adattato alle note. La canzone testimonia alla perfezione la nuova proiezione dylaniana, tangibilmente collocata tra il poetico folk e il potente rock and roll. La protagonista del pezzo, oltre che destinataria di parecchi attacchi, è una donna (dovrebbe avere un nome, ma voglio sbilanciarmi), che dopo aver bighellonato, fatto viziosa baldoria e sperperato ricchezze, ahimè, cade in disgrazia e soprattutto nella solitudine più profonda.
La spocchia e l’arroganza di un tempo sono sparite. Per sopravvivere bisogna davvero lottare, adattarsi alle regole ferree della strada. Che effetto fa, allora? Come si sente questa ormai invisibile fata dannata? C’è lo rivela il grande Bob nel glorioso chorus: esattamente come una pietra rotolante.

How does it feel, how does it feel?
To be without a home,
like a complete unknown, like a rolling stone.

Highway 61 Revisited non è però soltanto la prima traccia, bensì un pacchetto di notevoli gemme. Dylan può affidarsi all’esperienza del chitarrista blues Mike Bloomfield, del bassista Harvey Brooks o del tastierista Al Kooper, tra l’altro padre dell’arcinota frase di organo in Like a Rolling Stone. La tracklist prevede perfetti composizioni blues-rock come Tombstone Blues, It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry, From a Buick 6 e Just Like Tom Thumb’s Blues, tutte canzoni importanti e tra le migliori del repertorio. Meritevole di attenzione anche l’enigmatica, criptica e tenebrosa Ballad of a Thin Man, che ci presenta un individuo, un certo Mr.Jones, diventato con il tempo proverbiale portavoce della mediocrità, della riluttanza e dell’ordinarietà. Il cantautore lo ritrae all’interno di una stanza, in preda alla confusione, piuttosto preoccupato e accerchiato da loschi personaggi. Il tutto appare minaccioso e inquietante. Le interpretazioni sono diverse: per qualcuno, per esempio, il protagonista sarebbe un critico stolto e incapace di comprendere le canzoni, per altri il vecchio amico Brian Jones, il cofondatore dei Rolling Stones. Un’ulteriore decodificazione, e tenetevi forte, ci mostrerebbe un uomo al cospetto della propria omosessualità e quindi alle prese con sé stesso. Leggendo attentamente il testo è possibile cogliere infatti alcune particolari indicazioni allusive e simboliche. Addentrandoci nell’eventualità, possiamo sicuramente scorgere elementi, da bollino rosso, cose tipo travestitismo, freak e gole restituite dopo chissà quale prestito. Possiamo tralasciare e, nel caso, approfondire poi per conto nostro…
La title track si riferisce invece all’autostrada che collega il Minnesota alla Luisiana e che segue il corso del fiume Mississippi. Non a caso l’Highway 61, lunga quasi 2300 chilometri è chiamata anche La strada del grande fiume. Nel pezzo Bob Dylan ci racconta cinque storie, cinque situazioni anomale, disciolte proprio sul famoso percorso.
Considerato unanimemente patrimonio artistico, questo album è ancora materia di studio, un bene prezioso e indispensabile per gli amanti del rock e non solo. E sapete perché? Ovvio, perché in fondo tutti, in questa assurda società, ci sentiamo come pietre rotolanti e lasciate al caso. Sono passati decenni, ma la voce di Bob Dylan, oltre a ricordarcelo, continua in qualche modo a consolarci.

 

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