Per chi suona il campanellino | Barbara Tampieri risponde a Luigi Pecchioli

Luigi Pecchioli su Twitter mi ha chiesto un parere da psicologa sul suo ultimo pregevolissimo articolo “La sinistra Kindergarten”, che vi invito a leggere perché queste mie righe saranno anche una risposta alla sua richiesta e un approfondimento sull’argomento.
Fatto? Bene. Ecco le mie osservazioni, a voi piacendo.
Condivido assolutamente la diagnosi dell’infantilizzazione della sinistra intesa come comunità di fedeli e clero, come chiesa di lotta e liturgia.
L’infantilismo è, per quando riguarda il clero, un fenomeno di regressione nevrotica causata dallo stress dell’abbandono da parte della propria base di fedeli e del progressivo isolamento sociale, come reazione di difesa dal dolore lancinante alla ferita narcisistica suppurativa provocata dall’essere stati traditi con l’altro da sé; sé ancora percepito, nonostante la dissolution, come onnipotente e indiscutibile.
Anche le reazioni tipicamente adolescenziali, oserei dire quasi da compagnominkia, di fronte alla critica vissuta come attacco eretico, sia da parte degli avversari politici che del suo stesso popolo di quasi ex sostenitori ed elettori, ormai agita nell’assoluta insofferenza e nel ritiro nel blablabla con le mani sulle orecchie, per non ascoltarla, sono un fenomeno tipico di regressione.
Aggiungerei però che l’infantilismo intende mascherare l’ormai conclamata sociopatia perfettamente adulta della sinistra (non vedo come definire altrimenti l’adesione cosciente, cieca ed assoluta al delirio autodistruttivo europeo). La regressione quindi, agita nella negazione psicotica della realtà, rappresenta anche un ripiegamento e un tentativo di giustificazione al proprio ingiustificabile comportamento. Tentativo secondo me cosciente di fuga dalle proprie responsabilità che vengono negate, mentre la realtà viene interpretata in base alla propria percezione e quindi allucinata. Una psicosi lucida da birboni che si esprime anche nella proiezione sistematica della colpa del tradimento sull’avversario e sul popolo fedifrago che non li segue più o addirittura inizia a detestarli e che non dovrebbe permettersi di farlo, brutti straccioni che non sono altro.
Farei notare, a corollario, il dato di fatto che, come succede con bambini e matti, gli infantilizzati non amano essere contraddetti e, come fenomeno generale, quello della progressiva estinzione a sinistra del concetto di autocritica, ben noto invece a quelli della mia generazione. Ci torneremo.
Se il discorso dell’infantilizzazione vale, come dicevo, per il clero ex di governo, per i cosiddetti quadri, dai lievi acquerelli fino su, su, alle grandi pale d’altare ad olio del PD, esso può essere allargato anche ai simpatizzanti, agli elettori e perfino a coloro che apparentemente non sarebbero quasi più di sinistra o credono di essere altro ma, di fronte allo stimolo giusto, all’innesco, reagiscono in maniera straordinariamente simile al dirigente qualsiasi del noto partito sul viale del tramonto di cui sopra, con lo stesso set di stupefacenti comportamenti estremi.
L’attualità mi offre uno spunto ulteriore di riflessione sull’argomento. Avevo già notato come il popolo residuale di sinistra, e sembra farlo purtroppo anche inconsciamente, pensi ormai attraverso un unico grande cervello, riproducendone un set di concetti elementari che seguono alcuni schemi preconfezionati. Ovvero, quando li ascolto o leggo lo stesso identico tweet su decine di account, condito dalla medesima carica emotiva, ho l’impressione di trovarmi di fronte, più che ai neuroni specchio, a dei riprogrammati (sia detto senza dileggio) che hanno ascoltato l’accordo fatidico o il suono del campanellino, che li fanno reagire con quel comportamento rigido e taglia unica che risiede più dalle parti d’Er Canaro Pavlov che di quelle di Freud.
Uno dei classici del brainwashing è l’attivazione del soggetto mediante lo stimolo trigger. Roba da film spionistico, direte. Eppure oggi, in occasione del rimpatrio del noto ergastolano finora mancato, si è assistito ad un’attivazione di massa per imitazione che ha prodotto effetti da psicodramma collettivo nel laboratorio dei social, tanto da farmi sempre più convincere che il lavaggio del cervello e-sis-te!
E’ stato come un rapido contagio che ha provocato un discreto rash di appartenenza su molti che si sono sentiti offesi (per proprietà transitiva?) per come è stato definito Battisti: un comunista, per giunta associato alla parola assassino, come del resto si conviene direi logicamente a chi combatteva la lotta armata sotto la bandiera dei “Proletari Armati per il Comunismo” – ma che, secondo un meccanismo tipico del set mentale del politicamente corretto, avrebbe dovuto essere chiamato “fascista” per non offendere nessuno.
La reazione era attesa perché anche comunista è diventato uno di quegli aggettivi che possono provocare dei guai.
Mentre “fascista” è un mantra, uno scongiuro al pari del “merde” francese, utilizzabile sempre senza nemmeno prendersi il disturbo di contestualizzare, “comunista” è parola proibita. Fate la prova. dite ad alta voce: “Fascista!” Vi sentite bene, purificati, emendati dal peccato. Dite “Comunista!” Sperate che il vicino non vi abbia sentito. Avete quasi la stessa sensazione di aver bestemmiato, di aver nominato qualcosa o Qualcuno invano. E’ una sensazione che provo sempre anch’io. Ricordate il discorso all’inizio su chiesa, clero e fedeli? Hai voglia a mangiar solo materialismo, sì da cacare solo materialismo, ma reprimendo in tal modo lo spirito ti ritroverai a vomitarlo in forma di ortodossia religiosa.
Con calma e ponderazione, vediamo di ripigliarci e ragionare, sempre che l’esercizio sia gradito.
La reazione che è scaturita da un’interpretazione assai allucinata della realtà, fatta di solidarietà con l’ergastolano ingiustamente perseguitato da, per una volta e guarda la sfiga, giudici non rossi, l’evocazione di piazzali loreti a parti inverse, la pietà per i figli e naturalmente il disgusto per chi lo ha catturato, mette in luce una evidente contraddizione.
Se comunista è un bell’appellativo, e in fondo è solo la parola che designa chi si riconosce nel comunismo, perché l’avversario non dovrebbe pronunciarlo, perché altrimenti è un’offesa?
Perché offendersi se, come in tutti i cesti, anche lì si trova la mela marcia? Non sarebbe stato più istruttivo, invece di considerare Battisti “uno dei nostri” e reagire da ultras da curva, dissociarsene chiamandolo, che ne so, vergogna del comunismo? La fine dell’impunità di una lenza criminale, siccome colorata politicamente, mette forse in discussione e in pericolo l’impunità di gregge, la quasi certezza di essere divenuti negli anni, per via di oscuri cedimenti di anime e primogeniture, degli intoccabili e che quindi ogni critica rappresenti lesa maestà e terrore che qualcuno ci chiuda l’ombrello protettivo lasciandoci in pasto alla folla che abbiamo vessato in ogni modo possibile? Scusate la malignità.
L’arresto di Battisti a causa della momentanea distrazione dei francesi, impegnati in ben altri guai domestici, e per giunta con l’avallo della new entry direttamente al primo posto nella hit parade delle action figure dei cattivi, Jair Bolsonaro, dopo un iniziale silenzio di percussione e attonimento, ha fatto perdere il lume degli occhi, dispiace dirlo, anche alle menti pensanti.
Si è sentito e letto di tutto: che Battisti “nonècomunistasecondome”, variante al solito “non è vera sinistra” che ormai è rumore di fondo ineliminabile di ogni dialettica con quella parte politica. Non è mancata la bizzarra rilettura psicostorica degli anni di piombo, secondo la quale tutta la sinistra anche comunista avrebbe lottato compatta contro il terrorismo, dimenticando che, nel fatidico 1978, in pieni cinquantacinque giorni, il socialista Craxi tentò, unico nel mare della fermezza, di salvare la vita del condannato a morte Moro mentre l’estrema sinistra solidarizzava con i carcerieri e qualcuno che era comunista perbene andava a prendere nuovi ordini sul Potomac per il nuovo ordine a venire all’insegna dell’austerità da pan secco che avrebbe sostituito anche in Italia il benessere costruito con il lavoro e le soluzioni economiche espansive. Cambiamento che la morte di Moro avrebbe enormemente facilitato.
Se siamo costretti a generalizzare sul concetto di sinistra è perché oggi essa appare ridotta ad un’unica espressione linguistica ed un’unica identità residuale, quella del globalismo, che è lasciata imperversare in regime di quasi monopolio come piace ai suoi mentori all’interno dell’élite. La sinistra è appiattita su uno schermo dove non risaltano più le differenze che esistevano in passato e che oggi scorrettamente vengono negate tramite un bieco revisionismo, perfettamente tollerato dai censori pronti a fare le pulci a qualunque altra interpretazione storica non gradita alla Laica Inquisizione, che inoltre nega la componente totalitaria del comunismo, manifestatasi nel secolo scorso anche attraverso il terrorismo.
Si tratta di una sinistra in effetti massimalista, anarcoide, tendente appunto al revisionismo storico di comodo e con una spudoratezza assoluta in campo economico, addirittura perfettamente a suo agio nell’economismo selvaggio che regna in Europa. La sinistra alla quale, dopo l’annientamento del “comunismo in un solo paese”, è stato concesso di sopravvivere in cambio di un piccolo favore: la disponibilità ad offrirsi quale esecutrice materiale dello smantellamento del capitalismo industriale che, lo sapevano benissimo i papaveri, come effetto collaterale si sarebbe portato nella tomba secoli di conquiste operaie e benessere faticosamente raggiunto da milioni di lavoratori. E ciò per sostituirlo con il neoschiavismo e la regressione culturale al Paleolitico voluti da un’élite finanziaria che sta dismettendo il capitalismo industriale perché non ha più bisogno di consumatori, di merci e, in definitiva, di un’umanità ma solo di far regredire alcuni miliardi di molesti umanoidi fino al punto in cui sarà un sollievo farne un mucchietto di ceneri, magari dopo una provvidenziale pandemia, e ritrovarsi con un meraviglioso pianeta finalmente libero dall’inquinamento e governato da una fredda e raffinata tecnologia per pochissimi.
E’ una sinistra il cui tratto più odioso è quello di usurpare continuamente il termine democratico, che è per la diversità ma non di opinioni, per la libertà ma non di scelta e tanto meno individuale. Che, chinandosi, mostra il culo scoperto del collettivismo, del primato dell’astrazione sull’individuo e che quindi è disposta a schiacciarne la volontà in qualsiasi momento.
Chissà se coloro che sono sempre pronti a ricordarci, da sinistra, quanto faccia schifo il liberalismo (Babele confonde le lingue e i termini), si rendono conto che se chiami con spregio “individualismo”la libertà individuale e la ritieni comunque violabile in nome della collettività in ambito economico, poi non devi meravigliarti della messa in discussione della libertà di scelta del singolo nel privato, ad esempio nella salute e che Essi ti considerino solo una pecora del gregge. L’individuo è carne e sangue (e spirito), la collettività è astrazione. Ditemi, cari: avrebbero potuto i vostri odiati liberisti (questo è il termine giusto, per non cader in tentazione) arrivare ad abbeverarsi fino a San Pietro senza i volonterosi distruttori della società dall’interno, i piazzisti di diritti civili, le brigate fucsia, le erinni matriarcaliste, gli odiatori di sé e gli antirazzisti con l’obbligo dell’autorazzismo, tutti benedetti dal crisma dell’appartenenza a sinistra?
E’ vero che una volta esistevano altre sinistre che non ci sono più e, occorre dirlo, non solo alcune di essere trovavano normale essere anticomuniste ma quelle comuniste erano perfino nazionaliste e non consideravano fascista il termine patria. La sinistra cattolica, il socialismo europeo, la socialdemocrazia. Perfino la Resistenza non è stata tutta comunista.
Ma è stato tutto distrutto, tutto smantellato. Temo che siano stati loro ad aver dato un po’ di benessere all’operaio e che quelli di oggi siano gli unici rimasti in fondo sempre monoliticamente coerenti con i loro principi di distruzione della società occidentale, per cui tacciarli di tradimento ha ben poco senso.
Non vi è più autocritica, si diceva, anche perché cosa vuoi ormai criticare, da sinistra? Se la linea comune è quella del globalismo, malattia neoplastica dell’internazionalismo, chi si proponesse con un’alternativa all’ortodossia del pentolone del solve et coagula della diversità omologata, bell’ossimoro diabolico, è tuttora talmente irrisorio ed ha la voce così fioca e ultrasonica che non la sentono nemmeno i cani.
Per tornare, in chiusura, all’articolo di Luigi e ringraziandolo nuovamente per avermi dato l’opportunità di leggerlo, posso essere d’accordo che in democrazia sia necessaria la presenza di una parte progressista da contrapporre a quella conservatrice ma non credo essa possa essere individuata nella sinistra massimalista superstite al 1989, vista la sua intelligenza con il nemico, e nemmeno in quella che continua a vivere in uno stato di guerra civile permanente e passa il tempo a negare la realtà e a riscrivere la storia in forma di favola per bambini tonti. Ci vorrebbe una sinistra che non fosse sinistra. Qualcosa di veramente nuovo e inedito, che chiudesse per sempre con gli errori e le complicità del passato. Un progressismo positivo, costruttivo, devoto ai diritti dell’Uomo più che ai diritti umani. Di uguaglianza di possibilità più che di uguaglianza nominale e quindi fasulla. E’ una bella sfida che qualcuno dovrebbe prendersi la briga di pensare seriamente a realizzare. magari non per noi “reazionari” ma per chi si fa dei problemi a sembrarlo.

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  1. Dario Serena 16 Gennaio 2019

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