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PUNK REVIVAL – Ribellione mainstream

 

Articolo di Riccardo Gramazio

 

Probabilmente anche grazie alla gloriosa ascesa dei Nirvana, in grado di portare alle orecchie di tutti il proprio sound crudo e chiassoso, le grandi industrie discografiche decisero di puntare sulla nuova scena punk dei primi anni ‘90. La musica proposta da Kurt Cobain e soci aveva di fatto lo straordinario potere di convincere più o meno ogni ascoltatore; l’aggressività e la durezza dei suoni o dei testi venivano del tutto compensate dall’incredibile orecchiabilità delle melodie cantate. In più, oltre ai Nirvana, molti altri gruppi alternativi del periodo presentavano spesso situazioni piuttosto vicine a quelle del primo punk. Sostanzialmente, la scommessa delle major sembrava vinta in partenza.

Il teatro principale dell’ondata fu sicuramente la California, terra piena zeppa di gruppi con tanta voglia di riesporre l’approccio musicale dei Ramones, dei Clash o dei Sex Pistols, i colossi che dalla seconda metà dei ‘70 riuscirono a rendere popolare il movimento. I pezzi erano sporchi, veloci e graffianti; una o due chitarre distorte, un basso e una batteria; accordi semplici e melodie fulminanti; testi rabbiosi, espliciti, provocatori e talvolta con chiare connotazioni politiche. In pratica, dopo una pausa durata circa un decennio, le principali caratteristiche delle origini stavano tornando sulla scena.

L’album simbolo della seconda vita del punk fu certamente Dookie dei Green Day, pubblicato nel 1994 dalla Reprise, un successo clamoroso da milioni e milioni di copie vendute. Il disco, guidato da singoli irresistibili come Longview, Basket case e When i come around, contribuì alla diffusione del genere e alla rapida crescita di altri storici gruppi californiani. Impossibile non citare i NOFX o i Rancid, diventati con il tempo veri e propri nomi di culto. Carriere, le loro, di assoluto rispetto.

Fondamentale in quegli anni fu anche il lavoro della Epitaph, etichetta indie fondata e diretta da Brett Gurewitz chitarrista e compositore dei Bad Religion, neanche a dirlo, altro storico gruppo di Los Angeles, con tanto di disco d’oro in bacheca (Stranger than Fiction). La label collaborò praticamente con tutte le maggiori realtà punk/hardcore, facendo il colpaccio con gli Offspring, che con il gioiellino Smash, sempre del 1994, entrarono prepotentemente nella storia: undici milioni di copie vendute sotto etichetta indipendente significarono (e significano tutt’oggi) record assoluto. La forte rotazione su MTV e in radio di Self esteem, Come out and play e Gotta get away proiettarono anche la band di Orange County nel mainstream. Insomma, anche i giovani punk rocker potevano diventare celebrità di livello internazionale.

A questo punto, dopo aver ricordato con nostalgia i gruppi e i numeri principali del cosiddetto punk revival la domanda sorge spontanea: tutti felici, soddisfatti e contenti? La risposta è chiaramente no.
La grande visibilità del genere e la commercializzazione estrema non piacquero per nulla ai puristi, in passato già scottati in qualche modo anche dal successo dei Clash e dei Sex Pistols.
Gli ideali della cultura punk si erano sempre contrapposti al potere dei media, della massa, delle istituzioni, delle autorità e l’ingresso in un mercato così vasto, un mercato da sempre considerato nemico da abbattere violentemente, fece infuriare gran parte della comunità. Basti pensare che all’inizio della storia il materiale inciso, quasi sempre autoprodotto e di bassa qualità, veniva promosso e diffuso in maniera totalmente libera e contraria a qualsiasi logica aziendale.

Tra i principali accusati sicuramente i Green Day, considerati letteralmente dei venduti in seguito agli accordi firmati con la grande industria discografica.
Per molti il punk è morto davvero negli anni ‘90, per altri ha cambiato nel tempo semplicemente i propri lineamenti. I dibattiti non mancano di certo. Inutile però entrare nel cuore della questione; ciò che dovrebbe realmente interessare è la qualità della musica, la bontà o l’importanza di determinati dischi. Gli album citati in queste righe, per esempio, sono senza dubbio belli e per certi aspetti straordinari. E, detto tra noi, quanta gente ha iniziato a suonare subito dopo aver ascoltato Basket case o Self esteem? Una stima abbastanza precisa potremmo anche farla.

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