Quanto piace l’horror del terrorismo? | Daniela Sacchi

Fonte: Il Format

Noi siamo per la pena di morte moderata. Meglio riderci sopra insieme a Fiorello.

Perché è dura decidere di voltare pagina e farla finita una volta per tutte con la commercializzazione dell’odio, nutrita  dagli eventi di cronaca e dai dibattito intorno ad essi. Il recente arresto di Cesare Battisti in Bolivia dopo 37 anni di latitanza ne è un esempio illuminante.

Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Siamo tutti famelici consumatori di odio mediatico, in trepida attesa dei sulfurei tweet di Salvini e dei piagnistei dell’opposizione. Siamo tutti alla febbrile ricerca di un assist, una parolina di troppo che apra i boccaporti a rigurgiti di astio e dia fiato alle trombe dell’invettiva.  E nonostante affermiamo il contrario, siamo tutti pronti a dare spazio alla cultura dell’horror del terrorismo strombazzandola a reti unificate. Ma perché piace tanto questo horror, che non è finzione cinematografica ma ha a che fare con la pelle della gente?

Perché ci consente di improvvisarci legislatori e decisori. Perché tutti abbiamo un dito pronto ad accusare quelli che legislatori e decisori lo sono davvero di non avere fatto le scelte giuste, di non saper gestire né le emergenze, né eventi positivi come assicurare alla giustizia un terrorista pluripregiudicato.  E perché l’horror del terrorismo ci dà l’opportunità unica d‘indossare i panni che ci fanno sentire meglio: quelli di moralizzatori della cosa pubblica.

Queste umane debolezze resterebbero confinate alle chiacchiere al bar o in ufficio se non fossero legittimate dai media. Ed ecco l’ironia beffarda della manipolazione: i legislatori, decisori e moralizzatori casarecci, tronfi del loro sentirsi fustigatori della politica, sono in realtà del tutto manipolati dalla politica stessa. Perché la narrativa che assorbono attraverso stampa e televisione è in realtà filtrata dalla politica molto più di quanto i giornalisti siano disposti ad ammettere, trincerandosi dietro il mantra della loro (presunta) indipendenza.

La linea di demarcazione tra il diritto-dovere di cronaca e torbida curiosità per quanti sono morti, come sono morti, quanto hanno sofferto, o per cosa dice e fa chi ha trucidato tanti innocenti è sottile. E in assenza di novità che tengano viva la notizia, come nel caso della cattura di Cesare Battisti, l’informazione precipita nel vuoto pneumatico, nel nulla contenutistico. Ovvero nella necessità di scrivere qualsiasi cosa, nel “tanto per”.

Qualcuno mi spieghi ad esempio il valore aggiunto di questa parte di un lancio d’agenzia, ampiamente ripreso due giorni fa dai quotidiani nazionali: (…) dalla Bolivia arrivano nuovi dettagli sulla cattura e nuove immagini di qualche minuto prima dell’arresto a Santa Cruz. Battisti, jeans e camicia nera, attraversa la strada seguito da un agente, non lontano da un’officina di riparazioni di motociclette le cui telecamere di sorveglianza lo hanno ripreso. Un meccanico che lavora li’, racconta: “È passato qui di mattina, non era la prima volta, penso di averlo già visto altre quattro volte, non di più”, dice Osvaldo Blanco, 35 anni, che descrive gli attimi dell’arresto. Osvaldo Blanco, il nuovo eroe dell’informazione nazionale. Un posto di diritto nell’Empireo delle fonti giornalistiche.

Perché tanta materia incandescente e terrore sbattuto in prima pagina e nelle aperture dei telegiornali? La risposta della categoria giornalistica è di paternalistico e ipocrita autocompiacimento: siamo noi i vati dell’informazione, gli interpreti ufficiali e della realtà, e diamo la possibilità a voi, profani lettori o spettatori, di sapere come sono andate veramente le cose.

Non serve scomodare Max Weber per avere la certezza che stampa e televisione operano nei confronti della psiche del lettore una vera e propria Prägung, unaconiatura delle opinioni.

E dato che la politica cerca di monopolizzare la parola pubblica e imporre le sue opinioni come visione giusta e vera, giornalismo e politica puntano allo stesso comune obiettivo: raggiungere e convincere il pubblico. Per questo, inevitabilmente, la storia del rapporto tra giornalismo e politica è costellata di dichiarazioni d’indipendenza, ma pesanti condizionamenti di fatto. 

Ecco allora che stampa e televisione non ci raccontano solo i trucidi ammazzamenti nei dettagli più sordidi, ma cercano di convincerci della bontà o meno dei commenti di questo o quel politico su quegli stessi fatti.  

Ma contro il terrorismo, diceva il massmediologo canadese Marshall McLuhan,l’arma più forte è il silenzio e i media dovrebbero staccare la spina, far calare il blackout sulle immagini delle azioni dei terroristi. McLuhan avanzò per la prima volta questa tesi nel 1978: l’Italia, in piena emergenza terrorismo, viveva il rapimento e l’uccisione degli agenti di scorta di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, e dello stesso Moro dopo 55 giorni di prigionia.

I toni delle cronache giornalistiche di quei giorni sono drammatici, come lo erano gli eventi narrati. E già allora, nel resoconto dei quotidiani e televisiono nazionali, c’era la ricerca ossessiva della politicizzazione di quegli eventi, nei resoconti sui commenti dei vari esponenti di partito o di governo.

Se McLuhan vedesse tutto questo oggi, con ogni probabilità ribadirebbe il concetto. Ma da fine osservatore della realtà qual era, la museruola suggerirebbe di metterla soprattutto alle cronache relative a chi pensa cosa tra i politici. Che, di destra, di sinistra, di centro o in fuorigioco che siano, sembrano aver dimenticato la virtu’ della moderazione.

Daniela Sacchi

@DanielaMondorff

 

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