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Re Cecconi

24 ottobre 1976: Lazio-Bologna 3-0. Per Luciano Re Cecconi è l’inizio della sua quinta stagione nella Lazio; durante la partita s’infortuna a un ginocchio e, zoppicante, abbandona il campo dell’Olimpico. Nessuno immagina che il biondo centrocampista ha appena indossato, per l’ultima volta, la maglia che più di tutte gli ha dato soddisfazione e che per lui rappresenta gioie e affetti.

Sembra essere un infortunio lieve, di facile risoluzione, basta restare fermi un po’ di tempo. In un mese torna ad allenarsi, ma proprio in questa delicata fase, subisce una dolorosa ricaduta, rischiando l’intervento chirurgico. Luciano stringe i denti e attinge a tutta la sua grande forza di volontà per rimettersi in forma. Martedì 18 gennaio 1977: gioca, finalmente, per intero la partitella d’allenamento con il resto della squadra. È felice, corre verso il dottor Ziaco e gli confida: «Tutto bene, una meraviglia, qui caro dottore facciamo una sorpresa a tutti, alla prossima di campionato mi presento a Cesena e gioco!»

Nato il primo dicembre 1948 a Sant’Ilario di Nervino nel milanese, Re Cecconi arriva alla Lazio nel 1972, richiesto insistentemente da Tommaso Maestrelli, che già conosce le sue grandi doti dai tempi in cui erano assieme a Foggia. La sua carriera o, per meglio dire, i suoi sogni calcistici erano cominciati alcuni anni prima, nell’Aurora Cantalupo e già a sedici anni vestiva la maglia delle giovanili della Pro Patria, con il suo correre a tutto campo senza mai stancarsi. Carlo Regalia, all’epoca responsabile tecnico della squadra lombarda, tenacemente convinto delle potenzialità del ragazzo lo fa esordire in Serie C, nel campionato 1967-68, e lo ripropone spesso, nonostante i mugugni dei tifosi. Infatti, corsa a parte, Luciano ha qualche lacuna nei fondamentali e per questo è sottoposto a ripetuti esercizi specifici per affinarne la tecnica. Re Cecconi diventa presto un idolo dei tifosi, che per il suo gioco e la sua chioma lo ribattezzano Volkswagen o Cecconetzer, in omaggio al grande giocatore tedesco, Günther Netzer, a cui tutti dicono che assomigli.

Nella squadra pugliese, mette in luce le sue qualità di centrocampista moderno, instancabile, dotato di un buon tiro e di un’ottima dedizione al gioco di contrasto, offrendo sempre un grande rendimento, soprattutto nel campionato di Serie B del 1970-71. Poi la Lazio in Serie A e, nel 1973, lo scudetto fallito per un soffio e sul filo di lana, stagione nella quale Re Cecconi è un indubbio protagonista. E infine, il 28 settembre 1974, l’esordio in maglia azzurra in occasione di Jugoslavia-Italia, a quattro mesi dal trionfo in campionato con la Lazio nel 1974. Il Saggio, come viene chiamato nello spogliatoio laziale, ha combattuto a lungo per quel traguardo e lottato per quella maglia, sulla quale finalmente può esibire in bella mostra quello scudetto storico, il primo della storia biancoceleste.

È una splendida Lazio, quella che vince il campionato; è una squadra che anticipa i tempi, che gioca all’olandese e che corre talmente tanto da sfiancare tutti gli avversari. La Lazio del presidente Umberto Lenzini, del dottor Ziaco e di Padre Lisandrini.

Il portiere è Felice Pulici, ha giocato nel Novara, ma non è fra quelli che eccellono nel ruolo: secondo molti, sarebbe addirittura meglio il suo vice, Moriggi. Terzini sono Sergio Petrelli, ex romanista, e Luigi Martini, autentica rivelazione nel ruolo di fluidificante, ritenuto al più un buon calciatore ma uomo forte dello spogliatoio. Libero gioca un napoletano dal cognome inglese, ereditato dal padre: si chiama Giuseppe Wilson, ma tutti lo chiamano Pino. È stato, nell’ultimo campionato, il migliore nel suo ruolo, ma la sua statura lo penalizza molto nel gioco aereo e lo costringe a puntare sul tempismo e sul senso della posizione. È una figura carismatica nella squadra, spesso funge da allenatore in campo, comanda il gioco ed è amico di Giorgio Chinaglia con il quale ha giocato in Serie C nell’Internapoli.  

Stopper è il giovane Giancarlo Oddi, romano di borgata: robusto, un corazziere, la sua prestanza fisica gli permette di supplire a qualche mancanza tecnica e la sua intesa con Wilson è perfetta. A centrocampo la squadra poggia su di un quadrilatero perfettamente dimensionato. Due stantuffi, Franco Nanni e Re Cecconi appunto, un regista vero, forse l’ultimo nel suo ruolo, Mario Frustalupi, il metronomo, e un tornante mancino ricco di estro e di fantasia, un autentico potenziale fuoriclasse: il giovanissimo Vincenzo D’Amico.

Di punta, accanto a Chinaglia, autentico trascinatore della squadra, gioca un’ala guizzante e veloce: Renzo Garlaschelli. Tanto Chinaglia è dirompente, quanto Garlaschelli è aggirante. Uno punta la porta di potenza pura, da autentico ariete, l’altro è pronto a colpire sulle palle morte, sui rinvii sporchi cui le difese, spesso, sono costrette per arginare le incursioni del poderoso compagno di reparto. I due si integrano a meraviglia, ma fuori dal campo non mancano i momenti di tensione, in quanto non si sopportano proprio. Non sono tempi di panchine lunghe, pertanto le riserve Polentes, Facco, Inselvini, Manservisi e Franzoni, in pratica uno per reparto, sono ritenute sufficienti.

Il grande capo è lui, Tommaso Maestrelli. Capace di tacere senza chinare il capo, l’unico in grado di gestire lo spogliatoio più difficile della storia del nostro calcio, composto da persone che si detestano. E Maestrelli è l’unico vero comune denominatore di questo gruppo di pistoleri pazzi, l’unico uomo che riesce a farsi ascoltare, a farsi adorare. Morì, si dice, quando era ad un passo dalla Nazionale e la sua morte fece sì che Chinaglia tornasse dagli Stati Uniti per portare il feretro sulle spalle, il giorno del funerale.

Quella Lazio, tuttavia, è anche la storia di uno spogliatoio spaccato, una storia di pugni in allenamento, di porte sfondate a calci, di risse sotto la doccia. Maestrelli capisce di avere un tesoro fra le mani ed è bravo a capire di doverla difendere soprattutto dagli eccessi che, ben convogliati, ne determinano le caratteristiche migliori. Il tecnico arriva a dividere la squadra in due spogliatoi diversi, a far allenare la rosa in due gruppi per evitare che le cose precipitino. Una parte dei giocatori fa capo a Chinaglia e Wilson, gli altri a Martini e Re Cecconi, ex commilitoni. Si parla anche di politica: «È una squadra di fascisti», si dice in giro. Gigi Martini smentisce categoricamente: «Fascista quella Lazio? Ma se Maestrelli aveva fatto il Partigiano! In pochi eravamo politicamente schierati. Petrelli era di destra, io votavo MSI. Wilson stava con la DC. Chinaglia con nessuno. E Re Cecconi si interessava poco di politica. Si è voluto forzare la mano equivocando con la tradizione laziale e con il fatto che avevamo le pistole».

I premi partita sono rigorosamente divisi per l’intera rosa, non solo fra chi ha giocato e chi è andato in panchina, come accade in molte altre squadre. Si dice anche, che i calciatori si tassino per rendere più corposa la busta paga della lavandaia, del magazziniere, del guardiano di Tor di Quinto. Quella Lazio è fatta anche di queste cose.

Ma c’è un altro volto di quella squadra. Tutti girano armati, spesso nei lunghi ritiri in un albergo dell’estrema periferia romana, ingannano il tempo con il tiro a segno, ma si racconta anche di qualche scherzo pericoloso. L’iniziazione dei nuovi acquisti consisteva nello sparare, al malcapitato, in mezzo alle gambe, vicino ai testicoli. Ancora Martini: «Io avevo il porto d’armi e andavo regolarmente a tirare al poligono di Tor di Quinto. Il primo a portare una pistola in ritiro, però, fu Petrelli. Ci si annoiava. Noi andavamo in un motel sull’Aurelia, in mezzo ai campi. Petrelli non amava giocare a carte. Così una volta si presentò con una Calibro 22. Bastò quello perché alcuni di noi lo seguissero. Allora spuntarono Berette, Winchester, carabine. Un arsenale. Mettevamo dei barattoli sul retro dell’albergo e si sparava. Il Mister aveva paura. Si affidava a me che avevo esperienza nel maneggiare le armi. Il guaio è che dopo un po’ il tiro a segno ci venne a noia. Così inventammo un percorso di guerra per il cosiddetto “tiro dinamico”, con sagome che spuntavano dai cespugli e obiettivi mobili. Ci divertivamo come matti. Finché arrivarono i Carabinieri. E abbiamo smesso. Fecero qualche tiro con noi, poi però, ci mostrarono un proiettile acciaccato che era stato ritrovato in uno stabile che si trovava sul lato opposto al motel. Poteva scattare una denuncia. Decidemmo di finirla lì».

Martini e Re Cecconi prendono il brevetto di paracadutismo, la società lascia fare, nonostante sia un passatempo discutibile, poiché molto rischioso, per un calciatore professionista. «Chi era letteralmente innamorato di noi era Umberto Lenzini, il presidente», è ancora Martini che parla. «Tornava bambino, si divertiva. Avrebbe fatto di tutto per lanciarsi con il paracadute assieme a me e Re Cecconi. I paracadutisti sono volontari. Il corpo deve avere numeri minimi. Quando non li raggiungono, chiamano i civili. E per questo organizzano corsi. Per tre mesi ho studiato e ho preso il brevetto.  Re Cecconi mi disse: “Se lo fai te, lo faccio anch’io”. Ci siamo lanciati diverse volte assieme, sempre da aerei militari. Lenzini, invece che multarci, ci incoraggiava. Potevamo romperci una gamba, ma lui era stregato dalla follia».

Un’altra caratteristica unica di quella squadra irripetibile, sono le partitelle di allenamento, nelle quali nessuno vuol perdere e che il povero Maestrelli vive con angoscia. Ogni tackle, ogni azione può portare all’infortunio, perché si gioca undici contro undici e la gamba non la toglie mai nessuno, peggio che in partita, perché “da quelli” non si può perdere, mai. Qualche anno dopo Borgo, leggendario capitano della Pistoiese e giocatore della Primavera della Lazio ai tempi dello scudetto, racconterà di aver avuto paura durante quelle sfide interminabili. «Le partite d’allenamento erano le nostre vere gare», continua l’ex terzino biancoceleste,  «duravano anche due ore. C’erano sempre mille-duemila persone a vederci. Ovviamente i due clan giocavano uno contro l’altro. Senza esclusione di colpi. Arbitrava Maestrelli. Solo lui poteva farlo. E più di una volta ha dovuto fischiare la fine prima del tempo perché gli animi erano troppo accesi. Eravamo avversari veramente, ci mettevamo cattiveria».  

La spaccatura fra i due clan è insanabile, Martini, in particolare, non sopporta gli atteggiamenti dispotici di Chinaglia e, la partitella del venerdì, è spesso l’occasione per la resa dei conti. Qualcuno indossa i parastinchi, anche se ne fa a meno nelle partite di campionato. La Lazio è tutto questo, pistole, pugni, bottiglie rotte, calcioni in allenamento. Ma la domenica, spesso, è puro spettacolo. Tensioni e rabbia si fondono in agonismo, la squadra diventa monolitica come un blocco di granito, le scazzottate, le bottiglie rotte, brandite minacciosamente per farsi le proprie ragioni, sono lasciate fuori dal campo e la domenica giocano tutti per lo stesso scopo: vincere. È una grande orchestra che oramai conosce alla perfezione lo spartito.

Un episodio su tutti: campionato dello scudetto, è la venticinquesima giornata. La Lazio riceve il Verona all’Olimpico e va subito in vantaggio. Sembra fatta, ma accade l’incredibile. Zigoni pareggia e, mentre sta per finire il primo tempo, Oddi mette a segno il più classico degli autogoal. Sullo stadio scende il gelo, Chinaglia se la prende con tutti, con Nanni, addirittura, rasenta lo scontro fisico nel tunnel che conduce agli spogliatoi e molti già prevedono che, nel chiuso dello spogliatoio, ci sarà un regolamento di conti. Sulla porta trovano Maestrelli che li rimanda tutti in campo: la Lazio, in pratica, non fa l’intervallo. Ogni calciatore si dispone sul campo, al suo posto, e aspetta. Il pubblico dapprima è sorpreso, poi comincia a incitare la squadra. Chinaglia sfoga la sua rabbia prendendo a calci il pallone, anziché i compagni. Quando il Verona, sorpreso, rientra in campo l’Olimpico è una bolgia. I veneti sono letteralmente travolti, in mezzora scarsa il punteggio è ribaltato: 4-2 per la Lazio. Il ciclo di quella straordinaria Lazio si conclude l’anno successivo con un ottimo quarto posto. Si ammala Maestrelli, che lascia la panchina a Lovati e, nel campionato 1975-76, inizia l’opera di smantellamento della Lazio tricolore: partono Nanni, Frustalupi e Oddi. Chinaglia non resta insensibile alle sirene americane e vola negli States. Garlaschelli e il nuovo bomber Bruno Giordano, prodotto del vivaio, tengono a galla la Lazio, che si salva dalla Serie B, soltanto per una migliore differenza reti ai danni dell’Ascoli. La stagione 1976-77 è contrassegnata da gravi lutti: muoiono Tommaso Maestrelli, il 5 dicembre 1976, e Re Cecconi. Il sipario si chiude.

Tanto tempo è passato da quella sera del 18 gennaio 1977, quando Luciano Re Cecconi, assieme al compagno di squadra Pietro Ghedin, inscena, per scherzo, una rapina in una gioielleria di Roma. Entra con le mani infilate nelle tasche del soprabito, il colletto alzato per nascondere il viso e grida: «Fermi tutti, questa è una rapina!» Il proprietario, Bruno Tabocchini, stanco dell’ennesima aggressione, gli spara a bruciapelo un colpo di rivoltella, non riconoscendo l’illustre rapinatore. Luciano Re Cecconi aveva ventinove anni; Volkswagen terminava, in questo tragico modo, la sua ultima corsa, quella della vita.

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