
Articolo di Emilio Aurilia
Dopo una lunga gavetta costellata dalla milizia in vari gruppi inglesi minori e dalla pubblicazione di qualche singolo dall’incerto significato, Bowie riceve attenzione di critica (non ancora di pubblico) con “Space Oddity” (1969) e, passando per “The Man Who Sold The World” (1970) soprattutto con “Hunky Dory” (1971) in cui mette in mostra il suo personaggio pieno di ammiccante ambiguità e che per anni sarà una delle sue caratteristiche più evidenti, convogliando fatalmente l’interesse su di lui anche per motivi al di fuori dello stretto àmbito musicale.
Il seguente dal chilometrico titolo “The Rise And The Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars” (1972), grazie anche agli spettacoli dal vivo, consacreranno la sua personalità basata nella identificazione con il fantascientifico “Ziggy”, per cui verrà coniata l’espressione glam rock.
Come qualunque altro personaggio del rock che abbia realizzato più di dieci album è difficile percorrerne capillarmente le tappe; basti sapere che è passato dal pop rock fantasioso degli inizi, all’approccio elettronico nell’album “Heroes” (1977) che, insieme a “Low” dello stesso anno e “Lodger” (1979) ha fatto parte della cd “Trilogia di Berlino” sfruttando un sound ammiccante al krautrock e della disco, seppure ben costruita, con “Let’s Dance” (1983).
Fra episodi riusciti e routinari ci lascia l’ultimo, forse il più sperimentale dei suoi prodotti “Black Star” (2016), realizzato in un momento in cui non aveva più nulla da dimostrare consegnando il suo indelebile mito a séguito del decesso avvenuto il 10 gennaio 2016, due giorni dopo il compimento del suo sessantanovesimo compleanno.
