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LA PARATA NERA L’opera dei My Chemical Romance

A cura di Riccardo Gramazio_Ricky Rage

Il Paziente è in fin di vita. La bestia lo ha divorato ed egli non può fare altro che ripercorrere con la mente e con lo spirito la propria esistenza, giunta purtroppo all’ultimo atto. Ricordi, tormenti, rimpianti, ansie, traumi e paure, allora, nel turbinio che dà vita al famoso e umano flusso di coscienza. Questo ragazzo (sì, stiamo parlando di un giovanissimo malato terminale) è obbligato, volente o nolente, ad accettare l’amara e drammatica sorte, attraversando in maniera più o meno conscia concetti e frammenti. Qual è il senso di tutto? Alla fine è sempre questa l’estrema e così scontata domanda che l’uomo da sempre si pone, girovagando alla meno peggio in un sistema quasi onirico fatto di mezze risposte o poco più. Come tutti anche il Paziente, in piena sofferenza fisica ed emotiva, deve quindi fare i conti con l’onnipotente quesito.

Questa non è la trama di un film, bensì quella di The Black Parade, l’opera principale dei My Chemical Romance, anno 2006. Accogliendo con pigrizia le solite riduttive e condizionanti etichette, il disco rappresenta il momento più alto della controversa e adoloscenziale subcultura emo, nata in qualche modo intorno al 1985 e mutata nel corso del tempo fino a raggiungere la forma finale, più o meno la terza, a metà dei 2000. A grandi linee, ovvio, perché come sempre il discorso sarebbe molto più articolato e stracolmo di storie e di sfaccettature.

Ciò che rende speciale il terzo lavoro in studio dei ragazzi del New Jersey capitanati dal cantante Gerard Way è, a mio modo di vedere, la natura cupa e fortemente introspettiva delle varie composizioni che, tutte insieme, permettono all’ascoltatore di entrare davvero nella psiche dello sfortunato protagonista. Prodotto alla grande da Rob Cavallo, attuale presidente della Warner Bros.Records e, soprattutto, nome fondamentale dietro al successo dell’acclamato American Idiot dei Green Day, The Black Parade propone un mix sorprendente di emo-punk, alternative rock, ma anche interessanti tocchi glam, per esempio, capaci di smuovere prima o dopo l’interesse di tanti, non solo quello dei ragazzini. Scrivo questo perchè anche gli ascoltatori dai gusti più “colti”, parecchio avversi a quella ciurma piagnucolosa di teenagers neri come la pece e con i ciuffi corvini spalmati sugli occhi, si ritrovano oggi, vent’anni dopo, ad apprezzare l’album della parata dark. I riferimenti ai Queen, tanto per fare un nome, che la band sosteneva di aver inserito nell’album e che tanto avevano fatto ridere gli intellettuali dell’ascolto, possiamo dirlo una volta per tutte, non erano quindi poi frutto della fantasia o della presunzione.

Rimetto su il disco e analizzo…

La tracklist è praticamente priva di punti deboli, come detto, grazie alla varietà degli elementi e ai concetti musicali portati in studio dai chitarristi Frank Iero e Ray Toro, dal batterista Bob Bryar, dal già citato cantante Gerard Way e dal fratello bassista Mikey Way, ma il momento migliore è offerto indubbiamente dall’intensa minisuite Welcome To The Black Parade. Affermare ciò, raccontando un lavoro con all’interno tracce come la cruda Cancer, l’istrionica e bellissima Mama, dal ritmo quasi polka e con il cameo di Liza Minnelli, o la potente Famous Last Words, capitemi, è davvero complicato.

When i was a young boy,
my father took me into the city
to see a marching band.
He said: «Son, when you grow up,
would you be the savior of the broken
the beaten and the damned?»

Fulcro dell’intero concept, il quinto pezzo in scaletta è il ricordo di una parata in città alla quale Gerard/Il paziente ha assistito da bambino insieme al padre. Le immagini nostalgiche si miscelano alle parole del genitore, ma soprattutto all’imminente saluto al mondo. Nel delirio degli ultimi momenti, la morte si presenta infatti allo stesso modo, al centro della parata, sui carri, con la banda a suonare e ad accompagnare la marcia funebre. Tema forte, drammatico e inquietante, vero, ma che il testo cantato dal frontman rende meno depresso. Proprio così, poiché Welcome To The Black Parade può essere definito, nonostante l’essenza tenebrosa, un inno dedicato alla capacità di reagire e di accettare ogni umana vicenda, morte compresa, e il famoso «We’ll carry on!» è qui a ricordarlo, a testare la resilienza di un uomo.

Che bel pezzo, ragazzi; il piano iniziale, il senso costante di marcia, la rabbia punk in grado di gasare anche… un cadavere! Per non parlare del celebre e quasi burtoniano videoclip, opera diretta dal talentuoso Samuel Bayer, uno che qualcosina di buono nel settore ha realizzato. Esatto, lo stesso regista di Smells Like Teen Spirit dei Nirvana, Mama, I’m Coming Home di Ozzy Osbourne, Zombie dei Cranberries, dei singoli di American Idiot e via dicendo…

We’ll carry on, we’ll carry on,
and though you’re dead and gone, believe me,
your memory will carry on, you’ll carry on.
And though you’re broken and defeated,
your weary widow marches on.

Dopo aver concluso il capitolo della parata nera con il celebrativo The Black Parade Is Dead! del 2008, live che comprende estratti video e audio dei concerti al Palacio de los Deportes di Città del Messico e al Maxwell’s di Hoboken, i My Chemical Romance, pubblicano nel 2010 il poco apprezzato Danger Days: The True Lives Of The Fabulous Killjoys, l’ultimo lavoro prima dello scioglimento del 2013. Praticamente a sorpresa poi, il nuovo singolo The Foundations of Decay, brano che segna il momento dell’ufficiale rinascita. E nel frattempo è giunto il momento di festeggiare il ventesimo compleanno di The Black Parade. Staremo a vedere.

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