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MEGADAVE Omaggio a Mustaine e ai Megadeth

 

A cura di Riccardo Ricky Rage Gramazio

Il 23 gennaio di quest’anno è uscito il diciasettesimo album dei Megadeth, ultimo e preannunciato atto della discografia. L’omonimo lavoro chiude del tutto il cerchio, saluta in maniera fottutamente onesta i fans e il pianeta trash metal che tanto ha visto protagonista il loro potente marchio, da sempre piazzato accanto a quello dei Metallica, degli Anthrax e degli Slayer per dar vita al mitico squadrone dei Big 4.

Quella dei Megadeth è una storia ruvida, spigolosa, ma affascinante come poche altre, e a guidare ogni singolo passo dal 1985, chiaro, la complessa figura di Dave Mustaine, personaggio pane pane e vino al vino, sempre pronto a sputare in faccia opinioni rocciose, senza alcuna titubanza. E ovviamente stiamo parlando di Megadave, quindi di un chitarrista eccellente, di un cantante parecchio riconoscibile e di un ambasciatore assoluto del panorama metal, fedele alla linea e dallo spirito fortemente eroico. Una gioventù segnata dal divorzio dei genitori e, non troppo dopo, dalla morte del padre, una buona serie di disavventure nei quartieri disagiati di La Mesa, svarionando con droga e alcol, un carattere complesso, a dir poco irritabile, lunatico e fumantino… Problemi, insomma, ma al fianco di Dave sempre il calore immenso della musica. Ben presto, infatti, il nostro recupera una chitarra e inizia a suonare, a suonare di brutto. Assimila e risuona le parti presenti nei dischi di Cat Stevens, poi sotto con il rock dei Black Sabbath, degli Iron Maiden o degli AC/DC, senza tuttavia perdere la furia dei Sex Pistols o le composizioni dei Queen. Tante diverse ispirazioni e, soprattutto, un nome in cima alla lista, quello di Alice Cooper, da lui stesso considerato mentore e guida assoluta. Il ragazzo studia e affina la propria tecnica, fino a diventare davvero bravo. Il talento proprio non manca, ma ogni grande storia ha però bisogno di un episodio chiave, come giusto che sia. Nel caso di Dave il punto da evidenziare è sicuramente legato a un annuncio pubblicato sul The Recycler, giornalino di Los Angeles al servizio di chi cerca persone o cose. L’autore del trafiletto è un certo Lars Ulrich, batterista con tanta voglia di spaccare e che ha già coinvolto con lo stesso metodo il cantante/chitarista James Hetfield. Egli sta offrendo un altro posto da chitarrista per avviare alla grande il suo ambizioso progetto. I Panic, primo gruppo di Dave, sono durati meno di un gatto in tangenziale causa morte del batterista e, di conseguenza, le doti del musicista sono tranquillamente arruolabili. L’inquieto ragazzo legge e risponde all’annuncio. Per lui provino più che sorprendente e ingresso immediato. Nell’ottobre del 1981, rullo di tamburi, la formazione iniziale dei Metallica è completa. Oltre a Lars, James e Dave, il bassista Ron McGovney, tuttavia ben presto rimpiazzato dal compianto Cliff Burton.

Il discorso parte forte e le prime composizioni, opere destinate a fare la storia dello speed e del trash, canzoni come Jump In The Fire, Metal Militia, The Four Horsemen e Phantom Lord, tutte presenti nell’album d’esordio del 1983 Kill ‘Em All, vedono come coautore proprio Dave.

Dunque, una firma sotto i brani dei Metallica sarebbe già tantissima roba, ma penso che il contributo tecnico e compositivo di Mustaine a favore del progetto vada riconosciuto al massimo poiché estremamente rilevante per le originali visioni artistiche della band losangelina, così feroci, forsennate e aggressive. Ciononostante, la chitarra di Dave non finisce sul disco per un semplice e fottuto motivo: nel 1983, il ragazzo viene licenziato dai compagni in maniera piuttosto brusca per via dei suoi comportamenti violenti, rabbiosi e troppo spesso condizionati dagli abusi vari. Nessun appello, nessuna possibilità, fine rapporto e sostituzione immediata in favore di Kirk Hammett.

Incazzato più di una iena, Dave sale su un dannato autobus Greyhound per tornare a Los Angeles (i Metallica sono a New York per registrare) e inizia a caricare, a pompare a dismisura il proprio ego, aggiungendo tonnellate di cieco rancore. In testa ha una solo pensiero, quello di mettere su una band più figa, più veloce e più spettacolare dei Metallica. Andassero a fare in culo tutti, e che la storica rivalità M vs M abbia inizio! Mazzate per tutti! E sangue, tanto sangue!

Esagerato, il nostro amico? Beh, abbastanza, ma quello che sto scrivendo è tutto vero.

Dave ha bisogno di spaccare subito tutto. Fonda così i Fallen Angels, band che dura pochissimo, e subito dopo i Megadeth. Leggenda vuole che il nome del mitico gruppo sia stato ispirato da un volantino intercettato in viaggio, quel viaggio in autobus da New York a Los Angeles…

I primi Megadeth vedono Mustaine al microfono e alla chitarra, David Ellefson al basso, Chris Poland alla chitarra e Gar Samuelson alla batteria. Il disco d’esordio del 1985 è il selvaggio Killing Is My Business… And Business Is Good!, produzione low budget uscita per la Combat Records che non soddisfa Dave, ma che in ogni caso funziona, vende discretamente e raccoglie consensi. E, per non porci chissà quali domande, facciamo finta che il manager Jay Jones non abbia spesso in eroina metà del fondo disponibile per la realizzazione dell’album, precisamente 4.000 maledetti dollari…

Il viaggio discografico procede con Peace Sells… But Who’s Buying? e con l’ottimo So Far, So Good… So What!, 1986 e 1988, ma la botta, la botta vera, arriva senza dubbio con l’immortale Rust in Peace del 1990, considerato il pezzo più pregiato e tra i punti più alti in assoluto del trash metal. Gli ingressi in squadra del chitarrista Marty Friedman e del batterista Nick Menza, chiamati a sostituire i licenziati Jeff Young e Chuck Behler, presenti in So Far, So Good… So What!, permettono ai Megadeth di alzare il livello e di stabilire nuovi confini. Il virtuosismo di Friedman (l’assolo della mitica Tornado Of Souls vale da solo decine di album metal e non solo), la potenza di Menza, la funzionalità di Ellefson e le grandi qualità di Mustaine vanno di fatto e tutte insieme a comporre qualcosa di molto simile alla perfezione. Rust in Peace ottiene un grande successo commerciale in tutto il mondo e riceve persino varie candidature ai Grammy. Clash Of The Titans, allora, grande tour in compagnia di altri supereroi del genere, una vhs live intitolata Rusted Pieces e poi via, di nuovo in studio per registrare un nuovo album. Nel 1992 Dave Mustaine e soci piazzano infatti un altro grande colpo, Countdown To Extinction, due milioni di copie e doppio disco di platino negli States. Che dire, nei ‘90, i fantastici ‘90 musicali, Dave Mustaine e i Megadeth sono davvero delle stelle con all’attivo due bombe nucleari di estrema potenza…

E qui mi sento obbligato a interrompere qui il discorso legato alla discografia del gruppo per non perdere ritmo, per continuare a omaggiare una figura nel bene e nel male straordinaria, per non parlare del mediocre Risk del 1999, del declino, del primo scioglimento, degli infiniti cambi di formazione o dei saliscendi vari. Attenzione, i lavori mandati in stampa negli anni sono tanti, così come tanti sono gli spettacoli memorabili, ma penso, come quasi tutti del resto, che i contenuti di Rust In Peace e di Countdown To Extinction rappresentino realmente il massimo, l’imperdibile, la cima.

Una storia lunghissima, quella dei Megadeth, giunta quest’anno alla fine. E a pensarci ci sta, ragazzi, perché Dave Mustaine, unico componente fisso del gruppo, è un signore del 1961, un guerriero stanco, uno che nel corso del tempo ha dovuto anche affrontare gravi problemi di salute (cancro alla gola diagnosticato nel 2019 fortunatamente superato e Malattia di Dupuytren). Il suo abbraccio al pubblico sa di redenzione, in qualche modo di quiete, sa fottutamente di umanità e di dignità. La vecchia faccenda con i Metallica zeppa di violento raconcore? Beh, risolta, forse definitivamente dimenticata. Ascia di guerra sepolta e cover di Ride the Lightning nel nuovo e ultimo album. I demoni sono sempre lì, ne sono certo, ma non sembrano più avere denti tanto forti. In più c’è la fede (conversione al cristianesimo, Nuova Rinascita, avvenuta nei primi 2000) a rendere il cammino un pochino più leggero e appena appena più libero dalle nuvole.

Non resta che premere play, a questo punto, e ascoltare l’ultima traccia di Megadeth, se vogliamo l’album bianco del trash metal. La canzone ha un titolo perfetto, azzeccatissimo: The Last Note.

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