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ROD STEWART

Articolo di Emilio Aurilia

Nasce nel 1945 e cresce nel meglio della musica inglese degli anni sessanta dopo che “Long” John Baldry, suo collega negli Hoochie Coochie Men, allo scioglimento del gruppo, lo invita ad unirsi agli Steampacket di Brian Auger e Julie Driscoll che lascerà presto per seguire il consiglio di Mick Jagger d’iniziare una carriera solista.

Con il nome di Pyton Lee Jackson incide nel 1967 un brano di successo dagli accenti blues “In A Broken Dream”, prima di passare nel Jeff Beck Group con cui inciderà due album interessanti “Truth” e “Beck-Ola” rispettivamente nel 1968 e 1969, anno del suo esordio a 33 diri con “An Old Raincoat Won’t Never Let You Down”, seguìto da “Gasoline Alley” (1970), dopo essersi legato ai Faces (v.) con cui realizzerà dischi (“Long Player” fra tutti) e tourneé.

Al 1971 appartiene il suo capolavoro tuttora insuperato: “Every Picture Tells A Story” a cui hanno partecipato quasi tutti i Faces e che rifulge nel brano eponimo, nella struggente “Maggie May” e in “Seem Like A Long Time” dall’andamento corale quasi gospel, pezzi in cui le sue interpretazioni sono maiuscole, tanto da garantire eccellenti vendite al successivo atteso ma inferiore “Never A Dull Moment” (1972).

Per essere brevi (e scortesi) è la fine della parte più interessante dell’attività di Stewart che si trasformerà in un entertainer pop interessato anche anche al gossip, interpretando negli anni brani da classifica, riuscendo altresì a sfornare qualcosa di piacevole come i cinque album che vanno dal 2002 al 2006 dedicati agli standard evergreen come “It Had To Be You”, “As Time Goes By”, “These Foolish Things”, “Stardust” e “Baby It’s Cold Outside”, interpretate magistralmente, ma i brani originali dei suoi prodotti risultano totalmente privi della grinta e dello smalto iniziali che hanno consacrato il cantante a livello planetario, parabola simile a quella di Elton John (v.) di cui abbiamo trattato.

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