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SE C’E’ UNA FESTA CRISTIANA CHE HA LE RADICI IN ROMA QUESTO E’ IL NATALE

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SE C’E’ UNA FESTA CRISTIANA CHE HA LE RADICI IN ROMA

QUESTO E’ IL NATALE,

di: Riccardo Ferrari, autore di: “ Astro baby, i bambini nascono sotto la luna e non sotto i Cavoli” Cavinato Editore International

 

In un cronografo – una specie di almanacco – composto nel 354 d. C. da Furio Dionisio Filocalo, è riportato un frammento di calendario liturgico cristiano in uso a Roma e che risale al 326 o forse è più antico: alla data VIII Kalendas Januaris – ovvero il 25 dicembre – si legge: <<natus est Christus in Betlem Judaeae>>. Un’affermazione spigolare e sconcertante perché nei vangeli non vi è traccia della data, anzi quello di Luca allude ad un periodo diverso affermando: <<c’erano in quella regione alcuni pastori che  vegliavano di notte facendo la guardia al gregge. E si sa che la pastorizia veniva e viene esercitata in Palestina  tra la primavera e l’autunno, come testimonia anche una cerimonia arcaica, poi diventata la Pasqua ebraica, che si svolgeva la notte del plenilunio successiva all’equinozio di primavera e aveva, tra molte funzioni, quella di proteggere pastori e greggi, alla vigilia della partenza annuale per i pascoli, da influenze demoniache.

D’altronde, Clemente Alessandrino (150-216) scriveva d’ignorare la vera nascita del Cristo, né le ricerche compiute dagli storici moderni sono riuscite ad appurare. In realtà il 25 dicembre è una data simbolica che si collega al solstizio d’inverno e ad una festa rimane di epoca imperiale.

Nel Cronografo è riportato anche un calendario civile, chiamato comunemente Filocaliano, che al 25 dicembre nota <<N. Invicti>>, ovvero Natale dell’Invitto. L’Invitto altri non era che il Sol Invictus, divinità solare di Emesa introdotta dall’imperatore Aureliano (270-275), che aveva costruito anche un tempio in suo onore nel campo Agrippae, l’attuale piazza San Silvestro. Ma il culto del Sole era già penetrato da tempo in Roma grazie all’identificazione di Apollo con Helio e al progressivo estendersi negli ambienti militari della religione mitraica. Il Sole non era inteso in senso naturalistico, ma come ipostasi ed epifania del Dio che crea e governa il cosmo.

<<Colui che naviga si una barca>> ovvero il Sole, come spiegava l’autore dei misteri egiziano, <<fa vedere la signoria che governa il cosmo. Come il pilota presiedé al timone restando distinto della nave, così il Sole presiede distinto al timone di tutto il cosmo rimanendo separato. E come dall’alto della prua il pilota dirige tutto, dando con suo lieve movimento il principio primo del corso, così, su un piano di gran lunga superiore, il dio dall’alto dei primi principi della natura genera indivisibilmente le cause primordiali dei movimenti. Nella tipologia neoplatonica, che avrebbe ispirato l’imperatore Giuliano nella effimera restaurazione pagana del secolo IV, il Sole era una delle ipostasi del Dio unico, ovvero <<il mediatore>> tra    Colui che presiedé alle essenze intelligibili e il disco luminoso, il Sole del mondo sensibile, che vivifica la terra e dirige il corso alternato delle stagioni. <<Sorto da tutta l’eternità dall’essenza feconda dal bene>>, scriveva Giuliano <<mediatore fra gli Dei intelligenti, mediatori essi stessi, Helios ne assicura pienamente la continuità, la bellezza senza limiti, l’inesauribile fecondità, l’intelligenza perfetta, e li dota in abbondanza di tutti i beni atemporali. Nel mondo attuale, proiettando le sue luci sul visibile . . .  accorda a questo universo apparente una certa parte di bellezza intelleggibile e popola il cielo intero di tante divinità quante ne concepisce la sua intelligenza, costituendo il centro di questa proliferazione indivisibile, unificata perché si collega  a lui. . . E’ anche grazie a lui che sussiste la regione sublimare perché egli vi perpetua la vita e vi distribuisce i benefici che provengono dal corpo sferico. Veglia infine sull’insieme del genere umano, e particolarmente sulla nostra città, così come ha creato la mia anima da tutta l’eternità.

Questa teologia neoplatonica ed ermetica si coniugava con il mithraismo che da un originaria radice iranica, comune con il mazdeismo, si era sviluppato tramite l’incontro con la teologia astrale dei Caldei e con riti e credenze dell’Asia Minore. Il mito narrava che Mithra era nato da una roccia presso un albero sacro e ai bordi di un fiume:  aveva sul capo il berretto frigo, stringeva in una mano il coltello sacrificale e nell’altra una torcia, simbolo della luce e del fuoco che spandeva sul cosmo. I pastori, che avevano assistito alla sua nascita, gli avevano offerto primizie dei greggi e dei raccolti nel mitraismo dell’Impero romano Mithra  era considerato il figlio del dio supremo: figlio del Sole e Sole egli stesso. Cooperare con Ohrmazd, personificazione delle forze del bene, nella lotta con  Ahriman, personificazione delle malefiche, che sarebbe stato vinto alla fine dei tempi. Il Natale del Sole invitto era stato fissato dall’imperatore Aureliano al 25 dicembre, ovvero qualche giorno dopo il solstizio invernale, quando il <<nuovo Sole>> era salito impercettibilmente sull’orizzonte. Si celebrava con cerimonie e giochi, tra cui trenta corse di carri che si addice bene alla sua terza ipostasi, il Sole visibile che sul fulgido carro simbolico portava ogni giorno la luce al mondo.

Molti cristiano erano attirati da quelle feste spettacolari; e la Chiesa romana, preoccupata dalla straordinaria diffusione dei culti solari e soprattutto dal mithraismo, che con la morale e spiritualità, non dissimile al cristianesimo, poteva frenare se non  arrestare la diffusione del vangelo, pensò di celebrare nello stesso giorno di Natale del Cristo come vero Sole. Non era una sovrapposizione infondata perché fin dall’Antico Testamento Gesù veniva preannunciato dai profeti come Luce e Sole. Isaia, ad esempio, scriveva: <<il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce, su coloro che abitavano la terra tenebrosa una luce rifulse>>; <<la luce di Israele diventerà un fuoco, il suo santuario una fiamma>>; <<alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce>>; <<il tuo Sole non tramonterà più né la tua luna si dileguerà perché il Signore sarà per te la luce eterna>>.

Malachia lo chiamava Sole di giustizia: <<per voi invece, cultori del mio nome>> diceva il Signore tramite il profeta <<sorgerà con raggi benefici il Sole di giustizia, e voi uscirete saltellanti come vitelli di stalla.

A sua volta Giovani affermava nel Nuovo Testamento: <<in lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre. . . e: <<veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo>>. Per questi motivi già nei primi secoli l’accostamento del Sole al Cristo era abituale, come testimonia Tertulliano: <<altri. . . ritengono che il Dio cristiano sia il sole perché è un fatte notorio che noi preghiamo orientati verso il Sole che sorge e che nel giorno del Sole ci diamo alla gioia, a dir il vero per una ragione del tutto diversa dall’adorazione del Sole>>. Sicché ai fedeli romani non doveva sembrare una decisione infondata quella di celebrare la nascita del Cristo il 25 dicembre. D’altronde, alla luce della mentalità mitico-simbolica di quell’epoca, la scelta di una data secondo un’astro-logica, e non secondo i dati storici, era perfettamente legittima. Successivamente, nel secolo V, papa San Leone Magno diede a questa solennità il fondamento teologico, polemizzando tuttavia con quei cristiani che continuavano a onorare il Sole alla maniera dei pagani. <<tanto è stimato religioso un comportamento simile che alcuni cristiani <<scriveva>> prima di entrare nella basilica di San Pietro apostolo, dedicata all’unico Dio, vivo e vero, dopo aver salito la scalinata che porta all’atrio superiore, si volgono verso il sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fuggente. Siamo angosciati e ci addolorano molto per questo fatto che viene ripetuto in parte per ignoranza e in parte per mentalità pagana.

Infatti, anche se alcuni intendono venerare il Creatore della luce leggiadra, e non la luce stessa che è una creatura, devono astenersi da ogni apparenza di ossequio perché chi ha lasciato il culto degli dèi, qualora trovasse tra noi una simile usanza, potrebbe praticare, come incensurabile, questo elemento  delle vecchie credenza perché lo vedrebbe comune ai cristiani e agli infedeli>>.

La preoccupazione Di san Leone Magno era di carattere personale che teologico: i primi secoli dell’era cristiana, durante i quali si erano utilizzati simboli pagani per l’evangelizzazione, occorreva in una seconda fase sradicare completamente gli ultimi residui delle religioni solari. Ma quasi un millennio dopo, all’inizio del secolo XV, un dottore della Chiesa, san Bernardino da Siena, aveva l’abitudine di mostrare ai fedeli, al termine delle sue prediche, una tavoletta sulla quale erano incise in oro le lettere JHS, contornate da un cerchio di raggi fiammeggianti.

San Leone magno parlava nei sermoni sul Natale del valore salvifico dell’evento affermando che il mistero della natività del Cristo non era soltanto un ricordo del passato, <<ma quasi lo vediamo al presente>>. Sant’Agostino a sua volta aveva spiegato che al centro del Natale vi è lo scambio di Dio>>. Il primo atto dello scambio si opera all’umanità del Cristo poiché il verbo ha assunto ciò che era nostro per darci ciò che era suo. Il secondo atto consiste nella nostre reale ed intima partecipazione alla divina natura del Verbo: il Salvatore del mondo, nato il 25 dicembre, ci ha rigenerati come figli di Dio e ha assunto in sé tutto il creato per sollevarlo dalla sua caduta e per reintegrare l’universo nel disegno del Padre, come spiega il secondo prefazio di Natale.

Perciò il Natale secondo il concilio Vaticano II, ci rivela che <<soltanto nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo>>: Cristo infatti, che è il nuovo Adamo, rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa conoscere la sua altissima vocazione, che è di diventare figlio suo nel Figlio, e dunque fratello degli altri uomini secondo il modello del Salvatore nella sua donazione suprema.

TANTI AUGURI, Riccardo Ferrari

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