
Articolo di Emilio Aurilia
“C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Sones” cantava Gianni Morandi nel 1967. Essere diventati un segno identificativo significa che dietro quei nomi non c’è soltanto una semplice denominazione, bensì arte, musica e costume per quegli anni. Basta il nome, e il nostro pensiero, i nostri ricordi volano liberi ed intensi.
I Rolling Stones si formano nel 1962 in giugno, proprio mentre si svolgeva in contemporanea il provino dei Beatles dinanzi a George Martin, grazie all’incontro di Brian Jones con Mick Jagger e Keith Richards che a turno avevano militato nella Blues Incorporeted di Alexis Korner. Ma il vero esordio della band, che si completa con la base ritmica formata da Bill Wyman al basso e Charlie Watts alla batteria, avviene al Crawdaddy di Richmond prima di essere notati da Andrew Loog Oldham che li prende sotto la sua ala protettrice alla Decca facendoli realizzare alcuni singoli nel 1964 (“Not Fade Away”, “Little Red Rooster” e “It’s All Over Now”).
Nel 1965 esce “Out Of Our Heads” contenente uno dei simulacri del rock: “Satisfaction” con l’indimenticabile riff di chitarra suonato da Richards.
Secondo molti critici severi è il successivo “Aftermath” (1966) il capolavoro della prima parte della loro attività che annovera pezzi notevoli come la romantica “Lady Jane” dagli echi vittoriani condotta da clavicembalo e dulcimer, “Under My Thumb” e soprattutto “Out Of Time”, facendoci assistere fra l’altro ad una esplosione della polistrumentazione: Jones oltre alle usuali chitarre suona il dulcimer, l’harmonica, il vibrafono e le marimba, garantite anche da Wyman e Watts, mentre a garantire le tastiere ci penseranno Jack Nitzsche e Ian Stewart.
Dopo “Between The Buttons” (1967) che pure contiene brani piacevoli come le romantiche “Back Street Girl”, “She Smiled Sweetly”, la malinconica “Who’s Been Sleeping Here” e le divertenti “Cool, Calm And Collected” con uno stratosferico Nicky Hopkins al piano honky tonk e “Something Happened To Me Yesterday” contrappuntato da un ironico basso tuba ad accompagnare la canzone in cui Jagger e Richards si alternano al ruolo di voce solista in chiusura dei lati, sulla scia di “Stg. Pepper’s” dei Beatles giunge l’album psichedelico degli Stones: “Their Satanic Majesties Request” anch’esso del 1967.
Policroma la copertina al pari del contemporaneo album dei Fab Four, policromo il sound dove per la prima volta viene dato spazio compositivo, al di fuori della coppia Jagger-Richards, a Bill Wyman per la sua “In Another Land” dove musica e testo sono molto immaginifici, come il resto dell’album a cominciare dalla “Sing It All Together” ripresa una volta in più come nella tradizione pepperiana, con la non casuale partecipazione di Lennon e McCartney ai cori.
La solare “She’s A Rainbow” con l’indimenticabile puntellato intro di Hopkins al piano e lo strumentale d’ avanguardia “Gomper” ne fanno un album molto particolare, giocato più su sperimentazioni e sonorità corali e ariose che non sul robusto e sintetico rock blues cui il gruppo ci ha abituato.
Jones suona poco la chitarra, ma si dedica in compenso ad una miriade di strumenti fra cui il mellotron.
“Beggars Banquet” (1968) annovera “Sympaty For The Devil” e “Street Fighting Man”, brani di punta immancabili nei concerti, e il successivo “Let It Bleed” (1969) con la notevole “You Can Always Get What You Want” sarà l’ultimo episodio in cui compare Jones, allontanato dal gruppo l’8 giugno del medesimo anno, per morire quasi un mese più tardi in circostanze per certi versi misteriose.
Ma nonostante le ipotesi pruriginose di sospetti sui suoi ex colleghi per la sua morte, è opportuno ricordare il concerto gratuito del gruppo ad Hyde Park il 5 luglio 1969, due giorni dopo il decesso, durante il quale Jagger ha usato parole molto affettuose per l’amico scomparso a cui ha dedicato bei versi di Shelley.
L’anno successivo inoltre hanno prodotto “Joujouka”, un album di musica etnica marocchina corredato da elementi elettronici, realizzato da Jones poco prima di morire.
