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Un patto per Paderno Dugnano | Il Pedante

Fonte: Il Pedante

Fa scalpore in questi giorni la firma apposta da Beppe Grillo accanto a quella dell’ex premier Matteo Renzi in calce a un «patto trasversale per la scienza», promosso dai professori Guido Silvestri e Roberto Burioni. Già. Perché, in effetti, la scienza e l’antiscienza sono un grave problema nel nostro Paese, almeno tanto quanto lo era il traffico nella Palermo di Johnny Stecchino. L’iniziativa non serve insomma a nulla e quindi, per la legge ormai nota, se non serve a nulla serve a qualcos’altro. E non ci vogliono grandi esegesi per capire che qui si dice la scienza per dire le vaccinazioni, un po’ come si direbbe l’universo per dire Paderno Dugnano. Perché oggi usa così: per riscattarsi dalla miseria semantica la si prende larghissima e si tirano in mezzo gli archetipi eterni. Si scomodano i venti cosmici per parlare di peti.

La falsa sineddoche ce la spiega Beppe quando fa un esempio di pregiudizio antiscientifico contro cui si dovrebbe lottare: quello «relativamente ad un certo vaccino o modalità di vaccinazione della popolazione». Uno a caso, naturalmente. Come deve essere un caso che tra le centinaia di migliaia di chimici, fisici, astronomi, medici, matematici, geologi, biologi, etologi, agronomi, paleontologi, filologi e altri scienziati che danno lustro al nostro Paese, il patto sia stato partorito da tale Roberto Burioni, omonimo di quel signore che lotta per «i vaccini» come si lottava nel secolo XII per la conversione dei Mori, e da Guido Silvestri, accreditato come consulente del Movimento 5 Stelle in tema di vaccinazioni e ricercatore negli USA per lo sviluppo di un vaccino anti HIV. Il nome di Silvestri è stato recentemente caldeggiato alla presidenza dell’Istituto Superiore di Sanità da Ranieri Guerra, già direttore della Prevenzione sanitaria nel ministero di Beatrice Lorenzin, consigliere scientifico dell’Ambasciata italiana a Washington e membro del CDA della Fondazione Smith Kline, finanziata dalla ditta produttrice di vaccini GSK. Nel presentare la legge n. 119 sulle vaccinazioni pediatriche obbligatorie e sulle collegate esclusioni scolastiche, l’ex ministro Lorenzin indicava nel dott. Guerra «il responsabile di tutto ciò».

E il cerchio si chiude.

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Ora, come interpretare l’adesione del comico di Sant’Ilario a questo patto trasversale per l’universo – cioè per Paderno Dugnano? E come spiegare agli intelligenti, a quelli che badano alle cose serie senza distrarsi, che il primo partito nazionale ha deciso di giocarsi la faccia e di tentare il suicidio politico proprio sul tema delle vaccinazioni obbligatorie? Proprio su quel tema che, giurano i più pensosi, riscalda i cuori di quattro new agers scappati di casa e ruba ingiustamente la scena a ben altre emergenze della Patria?

La prima risposta è già nella domanda. Evidentemente, i trattamenti farmacologici obbligatori di massa riscaldano anche e soprattutto i cuori dei massimi portatori di interessi economici e politici del globo, se per promuoverli non ci si fa scrupolo di mettere a rischio il consenso del partito più rappresentato al governo, oltreché una serie di diritti costituzionalmente riconosciuti. Anche perché la tendenza non è solo italiana: negli ultimi due anni il culto delle sterminate galassie – cioè di Paderno Dugnano – ha prodotto leggi o proposte di legge per escludere i non vaccinati dall’istruzione e dal lavoro anche in FranciaArgentinaIsraeleAustraliaFinlandia e altri, con buona pace delle (inesistenti) epidemie e delle suddette, pensose intelligenze.

La firma di Beppe arriva nel bel mezzo della discussione in Senato sul disegno di legge che dovrebbe superare – in senso tutto peggiorativo, ne scrivo qui – il decreto Lorenzin, e negli stessi giorni in cui si aprono le iscrizioni agli asili per migliaia di famiglie che avevano riposto nel nuovo governo la speranza di poter mandare a scuola i propri figli senza sottoporli a cicli farmacologici coatti. L’adesione a un documento e al pensiero del massimo avvocato della coercizione vaccinale sembra mettere la pietra tombale su quelle speranze, prefigurare l’olocausto farmaceutico di grandi e piccini e formalizzare la conformità ai disegni globali di un partito politico che è stato fin dall’inizio ambiguo su questo e su altri temi, incoraggiando le interpretazioni antisistema per mietere voti da consegnare al sistema.

Non mancano però le letture più machiavelliche, di chi ad esempio immagina che il pubblico inchino di Grillo al verbo de «la scienza» servirà a proteggere il suo partito dalle accuse di «antiscientificità» quando, con mossa insperata e a sorpresa, revocherà le esclusioni scolastiche dei non conformi. Questa ipotesi, a cui personalmente non credo, troverebbe sostegno nelle dichiarazioni di Beppe Grillo e dello stesso prof. Silvestri in favore di una politica vaccinale di sola raccomandazione. All’immaginata strategia si oppone però la durezza dei fatti: dall’ignobile tradimento del 5 settembre (ne scrivo qui) all’aberrazione del nuovo disegno di legge, che il suo firmatario pentastellato, il senatore Patuanelli, difende argomentando che sarebbe «un’idiozia» emarginare i soli renitenti prescolari senza emarginare anche gli studenti delle scuole dell’obbligo e, per buona misura, pure i docenti e gli operatori sanitari (ne scrivo qui). Era anche la sua una scaltra manovra diversiva? Anche il suo un allineamento sornione? Ma suvvia.

Il significato politico più generale dell’operazione potrebbe invece essere, immaginiamo, quello di una prova di avvicinamento del partito dei grilli allo schieramento centrista, in prospettiva di una di coalizione di governo a tutto campo per scaricare gli alleati leghisti. Se ciò fosse vero, le vaccinazioni e «la scienza» offrirebbero il terreno apparentemente neutrale e a-politico di un primo abboccamento pubblico, il mattone di una casa comune con il pretesto di una causa in comune. «La scienza» e cioè «i vaccini» diventano un’ordalia, lo spartiacque tra presentabili e impresentabili, il calice da trangugiare in diretta per smarcarsi dai «populisti».

Che «la scienza» seduca gli stessi che fino a ieri idolatravano l’onestà non deve in ogni caso stupire: entrambe le fattispecie tradiscono l’illusione di superare la fatica del confronto e della riflessione politica per agganciarsi a un principio insindacabile, incorruttibile e superiore – cioè tecnico. Il tema più urgente della vicenda sta perciò a monte e riguarda proprio l’uso de «la scienza» come vessillo e utensile della politica. Di questa strumentalizzazione e dei suoi effetti umilianti per il metodo e l’attività degli scienziati ha scritto benissimo Ivan Cavicchi sul Fatto Quotidiano commentando il nascente triangolo Grillo-Renzi-Burioni. In modo più pedante ne ho parlato anch’io, con Pier Paolo dal Monte, nel libro Immunità di legge, dove questa deriva era denunciata e annunciata già nel sottotitolo: «I vaccini obbligatori tra scienza al governo e governo della scienza». Segue uno stralcio.

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Mentre giura di mettersi al servizio de «la scienza» e delle sue certezze, la politica ne stravolge il senso per avvalorare i propri decreti. Nei fatti accade quindi che è invece il metodo scientifico a doversi piegare agli obiettivi di chi governa, sicché l’invito a «votare la scienza» si rivela essere tutt’altro: un attacco di tipo opportunistico con cui i decisori politici usurpano l’autorevolezza faticosamente maturata nei secoli dal discorso scientifico per farla propria e ammantarsi della sua luce riflessa. Grazie a questo attacco è stato possibile conferire a una legge controversa (e non a «i vaccini») i falsi crismi di un’evidenza sperimentale e mettere così al sicuro le opinioni e gli interessi di chi l’ha promossa dagli incerti di un confronto democratico. E scientifico.Se il vantaggio di breve termine per chi decide è evidente, il prezzo da pagare è però molto alto. Alla mortificazione della scienza e di chi la pratica si aggiungono i danni inferti al libero avanzamento delle conoscenze e alla fiducia riposta dai cittadini nelle autorità sanitarie, con ricadute potenzialmente enormi sulla salute pubblica. Ma anche la politica e la coesione sociale ne soffrono, se nel nome di «autorità», «certezze» ed «emergenze» si rimuove la funzione del metodo democratico di mediare tra idee e bisogni diversi per contenere i conflitti.

Il fenomeno non è nuovo. Il vizio di rappresentare le scelte politiche di una parte come una necessità che scaturirebbe da leggi immutabili e universali forma la cifra di un’ideologia molto in voga negli anni recenti: la tecnocrazia. La tecnocrazia è un prodotto antipolitico in definizione, perché si propone di assoggettare l’azione politica a istanze che le sono estranee e verso le quali non può accampare alcun diritto normativo. All’idea tecnocratica di «leggi» immutabili che dovrebbero sostituire quelle mutevoli e imperfette degli uomini, si associano i concetti altrettanto fortunati di «assenza di alternative» (TINA) e di «pilota automatico», a significare l’inopportunità del confronto su determinate questioni. Prima di cimentarsi nel campo sanitario, queste idee si sono lungamente esercitate in quello economico, dove il grande pubblico le ha conosciute ascoltando i dibattiti sugli aumenti delle tasse e sulla riduzione dei servizi pubblici con lo scopo «inevitabile» e «improrogabile» di preservare la «stabilità finanziaria» dall’«emergenza» dello spread o altro, o sulla moneta unica europea, che è «irreversibile». Anche in quei casi soccorrevano i totem de «gli economisti» e de «le leggi economiche» per negare la presenza di un ampio ventaglio di voci critiche e di proposte alternative al corso governativo. E l’«inevitabilità» di quelle «leggi» faceva buon gioco quando si trattava di giustificare i fallimenti delle politiche che vi si ispiravano.

La «tecnica» della tecnocrazia, come poi «la scienza» della legge 119, ammicca alla superiorità delle leggi di natura su quella degli uomini. Se è però vero che un’assemblea parlamentare non può abolire la gravità dei corpi, né fermare la rotazione terrestre, né sconfiggere l’invecchiamento e la morte, può invece deliberare sui prodotti dell’uomo. Tra i quali rientrano sicuramente le politiche economiche e sanitarie. Il gioco insomma è truccato, però funziona. E funziona perché piace: non solo a chi può così prendere decisioni senza doverle discutere e giustificare, ma anche, e forse più ancora, a chi le subisce.

Tecnocrazia e scientismo sono i supplenti di una più complessa crisi di fiducia nella politica in cui i riferimenti ideologici e le polarizzazioni dell’ultimo secolo si sono progressivamente indeboliti fino, in certi casi, a eclissarsi. In quel vuoto ha attecchito l’illusione di un corso politico «nuovo» non più caratterizzato da una contrapposizione di ideologie che a loro volta rimandano a una più materiale contrapposizione di interessi e di classi (poveri vs. ricchi, lavoratori vs. padroni, proprietari terrieri vs. industriali), ma dall’idea di un «bene comune» possibile, da realizzarsi mediante «buone pratiche» senza orientamento né colore. Nasceva così l’idea che la politica possa e debba limitarsi a fare «la cosa giusta» e che quella cosa valga per tutti, perché oggettiva nella sua necessità, ferrea come una dimostrazione matematica. Sicché ci si è affidati appunto ai tecnici – gli economisti ieri, i medici oggi, gli ingegneri, i biologi, gli astronomi domani – affinché dettassero le leggi senza commettere gli errori né cedere ai bassi interessi di chi deve rispondere ai capricci degli elettori.

Questa visione o sogno di risolvere tecnicamente la complessità dei rapporti sociali seduce non solo per ciò che promette – e non può mantenere – ma anche perché offre a chiunque l’opportunità di identificarsi in un progetto politico che è già in definizione «migliore» senza temere la pluralità delle opinioni. Alla diade classica destra-sinistra si sostituisce così una serie di false diadi caratterizzate da un unico polo eleggibile e dal suo rimandare ad ambiti rigorosamente non politici: onesto-corrotto, competente-ignorante, presentabile-impresentabile, scientifico-complottista eccetera eliminando in origine la possibilità stessa di articolare un pensiero politico.

Ma anche questo piccolo vantaggio per l’autostima comporta costi sociali insostenibili. Se la «cosa giusta» non è discutibile – come sarebbero indiscutibili e inopinabili «i vaccini» – allora è appunto inutile discuterne, parlarne. Sicché, dovendosi trattare di provvedimenti dello Stato, sono inutili i dibattiti parlamentari: cioè la democrazia. Ma non solo. Non esistendo alternative percorribili al di fuori de «la cosa giusta», chi la critica in tutto o in parte non ha un’opinione, vuoi anche deplorevole, ma è un nemico del «giusto» e quindi un malvagio. È una scheggia infetta da espellere dal corpo sociale.

Diventa allora lecito perseguitarlo, reprimerlo e sospenderne i diritti, anche quelli fondamentali.

Che si parta da Paderno Dugnano o da altre periferie, su questa strada ci siamo già inoltrati fin troppo. E la meta si rivela ogni giorno più chiara.

Il Pedante

@EuroMasochismo

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