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Fuori al freddo

Di Antonello Zedda

 

Genova sonnolenta ci accoglie severa, e ubbidiente mi sbatte fuori da un bar. Il caffè è pessimo, bevuto al freddo è il segno dei tempi, e mentre mangiamo il dolce che Adriana ha preparato per noi, piovono sul tavolino le briciole di chi, incurante del mondo, non pensa che c’è qualcuno sotto.
C’è sempre qualcuno sotto.
La Chiesa del Gesù, tanto brutta fuori, cela al suo interno uno scrigno di luci e colori di arte religiosa che chiama alla contemplazione. Nel Duomo però, trovo l’unica opera che oggi devo pregare in ginocchio,
la Crocifissione di Gesù Cristo con San Sebastiano, Maria e San Giovanni, di Federico Barocci (1596), lì dentro c’è la mia salvezza, la salvezza dell’umanità intera.

 

 

La forza della mia croce sta nell’accogliere il dolore, accettarlo e trasformarlo in nuova vita.
Andando verso il paese estero cerco di raggiungere M., l’avrei voluto abbracciare forte, lui è il più bel regalo del mio recente viaggio #NO greenpass, purtroppo è un vero rammarico scoprire che non è a Monza, il padre mi dice per telefono che sono andati a Bologna per il fine settimana. Che disdetta.
La nebbia della pianura padana oscura il bel sole di Genova e prosegue triste il nostro viaggio verso la frontiera.
La burocrazia elvetica si scontra con le difficoltà del tamponificio italia, non resta che anticipare l’ingresso verso l’esilio. I controlli alla dogana ci aiutano a proseguire con serenità il percorso fra i laghi e le montagne poco innevate.
Nel tardo pomeriggio, finalmente arriviamo nella nostra dimora temporanea, siamo stanchissimi e tristi, ma questo non ci impedisce di fare una passeggiata serale e dare la possibilità anche a un barista svizzero di sbattermi fuori al freddo.
La speranza è altrove, almeno con il lavoro potrà andare meglio.

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