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Tempus fugit

Di Adriana La Trecchia Scola

 

La locuzione latina “il tempo fugge” di solito e’ incisa in cima agli orologi a pendolo. Deriva da un verso delle Georgiche di Virgilio che dice:”Sed fugit interea/fugit irreparabile/ tempus” ossia “Ma fugge intanto,/fugge/ irreparabilmente il/tempo”. E’ presente nel libro Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll ed e’ anche una canzone del famoso gruppo musicale inglese di progressive-rock Yes. Il significato esprime una filosofia di vita assimilabile al Carpe diem oraziano (altra locuzione latina traducibile come “afferra il giorno o cogli l’attimo”) secondo la quale non bisogna fare previsioni a lunghissimo tempo ma impegnarsi ogni giorno e bene, perche’ appunto il tempo fugge irrimediabilmente e non permette di ritornare sulle cose gia’ fatte. Bisogna vivere ogni giorno come se fosse l’ ultimo; del resto anche il Carpe diem andrebbe citato nella sua interezza (“quam minimum credula postero”-“contando il meno possibile nel domani”) come invito a godere ogni giorno di quello che la vita offre,dato che il futuro non e’ prevedibile. Non e’ la sollecitazione a cercare il piacere ma ad accontentersi (o meglio apprezzare) quello che si ha. In realta’ anche se tempus fugit spesso restiamo intrappolati tra il passato e il futuro,senza capire che il futuro e’ adesso e l’unica cosa che possiamo (o dobbiamo) fare consiste nel realizzare noi stessi attraverso il cuore,con l’arte o l’amore o l’avventura. Purtroppo l’uomo non e’ solo razionalita’ ma anche emozione,per cui non basta mai l’adesso ma si cerca un altrove incomprensibile. Nell’ incessante trascorrere dei giorni e delle notti che ci spettano,non riusciamo a capire il senso profondo dell’ esistenza cosí i deboli d’animo si perdono nell’abisso del nulla. Quello che impedisce di vivere il presente e di non disperdere i momenti belli come “lacrime nella pioggia”, e’ l’ansia del domani,quell’incessante arrovellarsi sui tratti del percorso che rimane deserto di vita. Al posto della vita subentra la tristezza per l’infelicita’ che deriva dall’immaginare un destino nefasto. Invece per vivere (e per amare,conoscere) serve coraggio altrimenti i giorni si ripetono tutti uguali e noiosi e precari come le foglie al vento d’autunno. Non a caso questa antica similitudine (derivante da Omero e Virgilio) e’ ripresa in una brevissima poesia (Soldati) di Ungaretti:”Si sta come/ d’autunno/sugli alberi/le foglie”. La tragica esperienza della Grande Guerra ispiro’ al poeta il sentimento della fragilita’ della vita umana come una condizione universale che non si puo’ modificare. Questo non significa abbattersi nella rassegnazione ma anzi vincere l’immobilismo a cui condanna la paura. Solo prendendo atto dei propri limiti e non negandoli (o nascondendoli) essi si possono superare. Si potrebbe utilizzare come un mantra la celebre frase Hic manebimus optime (Qui staremo benissimo) riportata da Tito Livio nella sua Storia romana (Ab Urbe condita libri,V,55) dove e’ attribuita a un centurione che,nel frangente storico del sacco di Roma (circa 390/386a.C.),avvenuto durante le invasioni celtiche della penisola italiana,l’avrebbe pronunciata come esortazione  per i propri compagni, influendo,in modo indiretto,sulla successiva decisione del senato romano di non abbandonare la citta’. L’espressione e’ diventata una frase d’autore quando il 12 settembre 1920 fu ripresa e usata come motto dal poeta Gabriele D’Annunzio durante l’occupazione della citta’ di Fiume  (1919-1920),divenuta autonoma dopo la prima guerra mondiale,ma rivendicata con forza dai reduci italiani. La frase fu utilizzata con il significato di “siamo qui per restare”. Infatti serve tale risolutezza nell’affrontare la vita,per viverla intensamente “Al di là del bene e del male”. Si puo’ apprezzare da parte di Nietzsche lo smascheramento della “morale” o meglio del dogmatismo morale, che pretende di essere Verita’ assoluta, mentre bisogna semplicemente riconoscere come “Spiriti liberi” la realtá con il male e le sue sopraffazioni. Al contrario in questo ventunesimo secolo si assiste all’asservimento ai luoghi comuni della globalizzazione che ha imposto la dittatura del conformismo e dell’uguale. In L’ espulsione dell’ Altro il filosofo coreano Byung-Chul Han dice:”Il tempo in cui c’era l’Altro e’ passato.(…) La negativitá dell’ Altro cede il posto alla positivitá dell’ Uguale.La proliferazione dell’ Uguale dá luogo a quei mutamenti patologici che infestano il corpo sociale”. Tuttavia l’ Altro non e’ stato per niente espulso ma solo addomesticato,reso conciliante,perche’ l’aspetto piu’ inquietante della faccenda e’ oggi la completa omologazione della diversita’ attraverso la quale il morbo dell’ uguale infesta come un contagio. Forse si puo’ riassumere tutto con la famosa battuta di un film che e’ diventato un classico (Ricomincio da capo- Groundhog Day,1993) secondo la quale “alla gente piace anche il sanguinaccio,la gente e’ stupida!”. Significa che per es. i dati di ascolto (ma in generale la cd. maggioranza) non sono un indice di valutazione adeguato per definire la qualita’ dell’ informazione o dell’ intrattenimento o di altro. Comunque la battuta risulta insolita in quanto il tema del “Giorno della Marmotta” e’ proprio il malessere dell’ uomo nella societa’ “moderna”. Il protagonista (un caustico Bill Murray) si trova bloccato in un anello temporale sempre uguale in cui e’ costretto a rivivere lo stesso giorno all’ infinito. L’ espressione Groundhog Day indica per definizione un giorno ripetitivo e noioso. Il cinico ed egocentrico meteorologo capisce gradualmente che per uscirne non puo’ cambiare la sequenza dei fatti,ma l’ unico cambiamento che puo’ operare e’ su se stesso,i suoi sentimenti e le sue azioni. Quell’ unico giorno e’ diventato per lui tutto il suo mondo e lui vuole rendere quel mondo migliore, e la sua vita migliore mettendo da parte la negativita’ che finora lo aveva caratterizzato. Solo migliorando se stesso si puo’ aprire il cuore all’ amore e dunque all’ eternita’, perche’ si sconfigge ogni paura.

 

Mi dicono che le nostre vite non valgono molto
Passano in un istante come le rose appasiscono
Mi dicono che il tempo che passa è bastardo
(…)
Tuttavia,qualcuno me l’ha detto
Che mi amavi ancora
(…)
Quindi sarebbe possibile?
Mi dicono che al destino non importa di noi
Che non ci da’ niente e che ci promette tutto
Sembra che la felicità sia a portata di mano
Quindi raggiungiamo e finiamo per impazzire
Tuttavia,qualcuno me l’ha detto
Che mi amavi ancora
(…)
Non ricordo che fosse notte fonda
Sento ancora la voce,ma non vedo più le linee
(…)
Quindi sarebbe possibile?
Sono passati vent’anni da Quelqu’ un m’a dit (pubblicato nel 2002), il primo album in studio della cantautrice,attrice ed ex modella italiana naturalizzata francese Carla Bruni. Il disco si contraddistingue per uno stile molto semplice, composto per lo piu’ da voce e chitarra, ed e’ cantato interamente in francese. L’ unica traccia cantata in parte in italiano e’ Le ciel dans une chambre, cover della canzone Il cielo in una stanza di Gino Paoli, resa celebre dall’ interpretazione di Mina. Anche Carla Bruni che oramai ha la cittadinanza francese, e appare raramente in Italia,non resiste al richiamo del festival di Sanremo. Infatti la supermodella sembra aver istituito la cadenza della sua presenza una volta ogni dieci anni. La prima volta sul palco dell’ Ariston e’ nel 2003 per presentare al pubblico italiano l’omonimo singolo Quelqu’un m’a dit. Poi a distanza di dieci anni torna al festival di Sanremo per presentare il suo quarto album dal titolo Little French Songs. Infine non c’e’ due senza tre. Alla 73esima edizione del festival Carla Bruni arriva nella serata delle cover come compagna di duetto con la coppia di artisti Colapesce e Dimartino per rendere omaggio a un brano che ha fatto la storia della musica italiana: Azzurro di Adriano Celentano.

 

 

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