
LA ROSA DEI VENTI
Intervista all’artista Sebastian Brown
A cura di Riccardo Gramazio_Ricky Rage
Quello che mi ha davvero incuriosito e che sostanzialmente mi ha obbligato a contattare Daniele Mattioni, in musica Sebastian Brown, è una piccola abitazione immersa nel bosco. Cioè, un luogo dolce, tranquillo, lontano da occhi e da lingue indiscrete, perfetto per meditare e per trasformare in arte ciò che batte dentro. E immagino proprio così, il nostro artista romano, immerso nella sua musica, nel suo immenso bisogno di raccontare istinti e riflessioni. Il nuovo Windrose ti porta ovunque e anche oltre, ti coccola, ti ascolta nello stesso momento in cui decidi di ascoltarlo. Coscienza, sogno, libertà… soprattutto libertà. Un grande disco, ragazzi, caldo come il fuoco di un camino e, al contempo, glaciale come una notte invernale. Parliamo di questa mistica esperienza con il diretto interessato, un musicista che dovete per forza scoprire e apprezzare.
Eccoci, Daniele, mi fa molto piacere averti qui su MDN. Come ben sai, navigando ho scoperto la tua musica e, incuriosito dalla proposta, ho voluto invitarti. Prima di entrare nei dettagli però, presentati ai nostri lettori…
Ciao a tutti i lettori di MDN (tra l’altro sembrano quasi le mie iniziali), io sono Daniele Mattioni, in arte Sebastian Brown, ho quarant’anni, sono nato a Roma, ma ho vissuto in molti posti e ho sempre ricercato la natura e l’essenza delle cose. Ora vivo in questa casetta di legno nel bosco dove produco la mia musica e anche quella di altri artisti in risonanza con il contesto. È appena uscito il mio disco d’esordio, Windrose, di cui parleremo. In realtà io sono più di vent’anni che compongo e realizzo album, ma con la mia etichetta abbiamo deciso di azzerare tutto e di ripartire da qui, dalla rosa dei venti.
Dunque, il tuo è un disco straordinario, è un’opera intensa, potente, suggestiva e, mi viene da dire, viva. Flusso di coscienza, direi, un viaggio libero e senza freni. Che valore hanno questi cinque brani?
Grazie, mi fa molto piacere che ti sia arrivato tutto questo. Hai detto bene, flusso di coscienza. Non potevi descrivere meglio il processo creativo. Cerco di imprimere in tutta la mia musica questo flusso con l’intento di catturarti e di portarti in un altro mondo o “semplicemente” dentro di te, e quindi dentro il tutto, perché noi siamo tutto e tutto è in noi. Credo che il valore dell’album sia in fine proprio questo, quello di disilludere ogni illusione per riconoscere il vero sé, per riconquistare il proprio infinito interiore, comprendendo il valore del viaggio e delle diverse direzioni per maturare in noi un essere più centrato e più in armonia con il tutto. Che poi dovrebbe essere lo scopo di ogni essere umano, no?
Complesso, ma spiritualmente forte, e le composizioni sono qui a testimoniare i processi. Westwards, Eastwards, Northwards, Southwards e, in mezzo, Windrose. I punti cardinali e il simbolo dei venti. Un concept forte e che aveva bisogno di essere raccontato in musica. Come è nata l’idea?
Vi svelo una cosa: in realtà l’album nasce da Westwards, il brano di apertura di quasi quindici minuti, poi tutto il resto è stato costruito attorno a esso. Westwards (all’inizio Westroom) si chiama in realtà così perché ha delle sonorità in qualche modo western, o che comunque evocano il west. Poi, visto che avevo deciso di costruire un album in grado di girare intorno a questo brano, è arrivata l’idea di creare per ogni canzone un ambiente sonoro che corrispondesse in parte agli emisferi della terra, con un suono ogni volta indirizzato verso i punti cardinali. Tutto però con una sequenza diversa rispetto a quella classica e il motivo sta nel fatto che i punti cardinali formano una croce e che io il segno della croce, da bambino, lo facevo partendo da ovest per arrivare a est, poi nord e poi sud. Quindi ho deciso di mantenere questo passaggio; in realtà c’è anche un altro motivo, ma non posso mica svelarvi tutto… Comunque volevo partire in qualche modo dalla fine per tornare allinizio, e l’occidente è la fine, attualmente.
Viaggio, dicevamo, interiore più che fisico…
Beh, assolutamente sì, e che vede come meta la spiritualità; come percorso il viaggio può essere anche più terreno, se vogliamo, ma l’uno non esclude l’altro.
La musica di Sebastian Brown abbraccia il folk psichedelico, il blues, talvolta si muove verso sonorità orientali e poi, ancora, sembra mostrare scenari nordici. E, volendo, potremmo parlare di molto altro. Se qualcuno ti chiedesse di riassumere?
Impossibile riassumere. Se proprio mi dovesse rimanere il fiato per dire solo una parola direi evocativo, ma non basterebbe nemmeno questa. Aggiungerei trascendentale e ipnotico, almeno. Lo so, non sono generi, ma non saprei proprio come inglobare la mia musica in qualche etichetta di genere. Dovrei fare una lunghissima lista e diventerebbe comica, la cosa. Tra l’altro questo è un concept album a cui ho dato una precisa direzione sonora e in cui viaggiano all’interno molti generi. Sfioro, per esempio, anche il progressive. Poi, in realtà, io compongo molti brani che sono anche lontanissimi dal mondo sonoro di Windrose, abbracciando di più un folk malinconico, una ballata psych folk che può avvicinarsi a Donovan, un country che sembra uscito da Mark Lanegan che canta Johnny Cash, oppure un pezzo con l’anima grunge, magari colorito con un po’ di noise alla Sonic Youth, che amo, e con un pizzico di Pixies, sempre… Comunque, semplicemente, io prendo in mano lo strumento, apro i canali e vedo quello che arriva. Infine, lo trasformo in ciò che voglio di più in quel momento.
Windrose è nato quindi in una casa nel bosco. Ti assicuro che ti ho contattato un paio di secondi dopo averlo saputo. La cosa mi è sembrata troppo bella e interessante. Suppongo che nel documentario che hai realizzato e che, come da accordi, ancora non ho visto, ci sia molto da scoprire. Puoi raccontarmi tutto?
Lo studio nella casa nel bosco, in realtà, è una cosa provvisoria perché l’idea è quella di costruire, sempre nel bosco, uno studio più professionale. Per ora non ci sono riuscito e quindi sto utilizzando la casetta di legno in cui vivo per registrare la mia musica, che comunque ha il suo perché. Nel documentario spiego tante cose. Non parlo tantissimo dello studio e della casa, ma potete vederla e vedermi all’opera mentre compongo qui n,el mio mondo. Il documentario si chiama Tra blues e gnosticismo: Windrose svelato, quindi preferisco che lo vediate per approfondire l’album, piuttosto che spiegarvi già tutto qui.
Dietro questa ambiziosa produzione troviamo anche Andrea Liuzza. Quanto è stato importante il vostro incontro?
È stato fondamentale. Andrea si è immerso nel mio mondo come Alice nel paese delle meraviglie, nel senso che ha trovato un mondo che risuona perfettamente con il suo immaginario, i suoi gusti, il suo mondo interiore, appunto. Ci piace tutta la stessa roba, più o meno, sembriamo fratelli gemelli, musicalmente parlando, e non solo. Quindi è stato tutto molto spontaneo e naturale per lui mettere le mani nel mio spazio musicale. È riuscito a definire il suono e ad arricchirlo nei punti giusti come solo un alchimista può fare. È quasi impazzito, giustamente, per le batterie che avevo costruito su tutti i brani registrati senza click e che avevano delle imprecisioni, forse anche dovute al passaggio dei midi dal mio PC al suo. Infatti, sono dovuto andare due volte da lui a Schio per cercare di sistemare insieme le batterie che avevo creato, scatenate e a tratti folli. Ho colto questa occasione per conoscerci dal vivo e per consolidare il nostro rapporto, la nostra molto bella amicizia che si è venuta a creare.
Per presentare il disco hai scelto proprio la lunga e iniziale Westwards, quasi quindici minuti di trip, per giunta accompagnati da un videoclip pieno di immagini e di riferimenti. Massima libertà artistica, ma anche una serie di messaggi profondi. Parlami un po’ di questo brano…
Windrose è un brano iniziatico, spirituale nel senso però ribelle del termine. Per me è infatti Lo Spirito che si ribella allo strazio della carne, profanando il sacro fittizio per un sacro arcano, che si svelerà solo abbattendo e facendo crollare le sovrastrutture religiose istituite nell’inganno. Musicalmente è un brano nato da un’improvvisazione con la chitarra, che poi si è dilatata, appunto, in questo flusso di coscienza partorito dall’inconscio… Una sorta di sogno lucido o di viaggio ancestrale, che può dare un po’ l’effetto delle droghe psichedeliche, se lo si ascolta con un intento meditativo e trascendentale. Sono molto fiero di questo. Poi, con Andrea, ci è venuta l’idea di realizzare questo cortometraggio per il brano, più che un videoclip, e le immagini le ho legate tutte a ciò che in meditazione mi arrivava con l’ascolto.
Per quanto riguarda i testi?
I miei testi sono proprio un flusso di coscienza puro. Come un poeta scrive i propri versi, io scrivo i testi delle mie canzoni, sempre collegandomi a ciò che sopraggiunge mentre ascolto il brano. Le parole vengono quasi da sole… Ho scritto e registrato in questo flusso canzoni nell’arco di qualche ora, poi da perfezionare e arrangiare. Altre sono rimaste così, nude e crude, voce e chitarra.
Che tipo di chitarrista sei? Io trovo il tuo stile istintivo e ipnotico…
Non mi reputo un chitarrista bravo, esperto, tecnico. Sono semplicemente uno che usa uno strumento per dire quello che sente. Di certo cerco di metterci tutta l’anima. Tra l’altro, in due pezzi dell’album, il secondo e il quarto, suona la chitarra solista un mio amico, Francesco Mascio, perché volevo qualcosa di più “tecnico”, sempre istintivo, proprio come lo è lui, ma che io non sarei stato in grado di fare.
Come stai promuovendo questo disco?
Il disco ha avuto l’anteprima internazionale di It’s Pasychedelic Baby, poi con l’ufficio stampa di Beautiful Losers, l’etichetta di Andrea, siamo riusciti a mandarlo un po’ in giro. È stato recensito da moltissime riviste di musica online e cartacee, in più lo stiamo spingendo attraverso i podcast che Andrea realizza per il canale YouTube della sua etichetta.
Stai scrivendo o realizzando qualcosa di nuovo?
Certamente! Non riesco a stare senza scrivere e registrare qualcosa. Ho due album in produzione e sono già a buon punto, in realtà: un album di canzoni folk tra il malinconico, il sognante, l’introspettivo e il viaggio, mentre l’altro sarà rock alternative, con molte influenze. Con questo toccherò più altri generi come il post-grunge, l’alternative metal, il post-rock, il folk-noise, il post-garage… Basta, perché inizia a diventare comica la cosa.
Saluta i nostri lettori, riportando tutti i link per scoprire la tua musica…
Grazie per la bellissima intervista e spero di avervi incuriosito a tal punto da andare ad ascoltare/vedere qualcosa. Ciao a tutti i lettori di MDN.
Documentario: https://www.youtube.com/watch?v=sL2z10Jcxzc
videoclip/cortometraggio: https://www.youtube.com/watch?v=uTBx_3h8rp0 HYPERLINK “https://www.youtube.com/watch?v=uTBx_3h8rp0&list=RDuTBx_3h8rp0&start_radio=1″& HYPERLINK “https://www.youtube.com/watch?v=uTBx_3h8rp0&list=RDuTBx_3h8rp0&start_radio=1″list=RDuTBx_3h8rp0 HYPERLINK “https://www.youtube.com/watch?v=uTBx_3h8rp0&list=RDuTBx_3h8rp0&start_radio=1″& HYPERLINK “https://www.youtube.com/watch?v=uTBx_3h8rp0&list=RDuTBx_3h8rp0&start_radio=1″start_radio=1
Link per comprare l’album: https://www.beautifullosers.net/store/sebastian-brown-windrose
Bandcamp: https://sebastianbrown.bandcamp.com/album/windrose
